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Sul lungotevere Arnaldo da Brescia, tra ponte Pietro Nenni e ponte Giacomo Matteotti, è situato lo Scalo de Pinedo (nella foto sopra), al quale si accede tramite due rampe ed una gradinata (nella foto 1). Fu realizzato alla fine dell'Ottocento (in sostituzione del porto di Ripetta distrutto alcuni anni prima per la costruzioni dei muraglioni di argine del Tevere) come approdo per gli stabilimenti artiginali esistenti sulla via Flaminia (le concerie insediate a villa Poniatowski) e quelli industriali, come il gazometro, previsto sulla riva del Tevere fuori porta del Popolo. Lo Scalo viene riportato già sulla pianta di Roma del 1891 dall'Istituto Geografico Italiano: un articolato gioco di rampe evoca proprio le sagome del porto di Ripetta realizzate da Alessandro Specchi. Il Piano Regolatore del 1909 decreta però una destinazione residenziale alla zona, in contrapposizione all'originaria vocazione agricola, artigianale ed industriale dell'area, determinando l'inutilità dell'approdo. Qualche anno dopo, esattamente nel 1925, lo scalo venne denominato Scalo de Pinedo in onore del comandante Francesco de Pinedo, uno tra i primi aviatori ad attraversare l'Atlantico, che qui concluse, con un ammaraggio sul Tevere, la sua trasvolata di 55.000 km. Partito da Sesto Calende, in provincia di Varese, il 20 aprile 1925 con l'idrovolante SIAI S.16 ribattezzato Gennariello (nella foto 2), de Pinedo sorvolò Brindisi, Alessandretta (Turchia), Baghdad (Iraq), Bandar Abbas (Iran), Kupang (Indonesia) fino a Melbourne e Sidney (Australia), per tornare via Manila (Filippine), Tokio (Giappone), Shanghai (Cina), Calcutta e Nuova Delhi (India), Karachi (Pakistan), di nuovo Baghdad, Alessandretta e Brindisi per tornare a Roma il 7 novembre 1925. Con la sua ampia scalinata, lo Scalo rappresentò una suggestiva apertura sugli argini del Tevere ma tale rimase, praticamente inutile ed inattivo, fino ai giorni nostri. Da segnalare che lo Scalo è dominato da un monumento bronzeo dorato (nella foto 3), opera di Iorio Vivarelli, dedicato al deputato socialista Giacomo Matteotti, qui rapito, il 10 giugno 1924, e poi ucciso per avere pubblicamente denunciato, all'interno dell'aula parlamentare, i metodi ed i fini anti-democratici del Partito Fascista: il suo corpo fu rinvenuto nei pressi di Riano. Il monumento, inaugurato il 10 giugno 1974, in occasione del 50° anniversario dell'assassinio del deputato, fu realizzato con una sottoscrizione pubblica promossa dal PSDI (Partito Socialista Democratico Italiano), dal PSI (Partito Socialista Italiano) e dallo stesso Vivarelli che lavorò senza compenso. La scultura si sviluppa in altezza per 16 metri, quasi fosse un gigantesco fiore che sorge da un groviglio di ossa o rami infranti. Accanto vi sono alcune lapidi: la prima commemora lo stesso Matteotti nel giorno del rapimento; la seconda apposta dai Socialisti Democratici nel giorno del 50° anniversario; la terza, risalente al 1999, recita una frase pronunciata da Matteotti, che si sarebbe rivelata profetica: "UCCIDETE ME MA NON UCCIDERETE LA MIA IDEA"; la quarta fu realizzata per volontà del PSDI in occasione dell'80° anniversario (2004).

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