La Galleria Borghese, con sede presso Villa Borghese, ospita oggi una raccolta di sculture, bassorilievi, mosaici e dipinti dal XV al XIX secolo. Inizialmente la collezione Borghese era costituita dalla raccolta del cardinale Scipione Borghese, nipote di Papa Paolo V Borghese, con capolavori di Raffaello, Tiziano, Correggio, Caravaggio e splendide sculture di Gian Lorenzo Bernini e di Antonio Canova. Nel 1807 Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte, accettò di vendere 695 pezzi della sua collezione, tra statue, vasi e rilievi, alla Francia per volontà del cognato Napoleone, oggi esposti al Museo del Louvre. Nel terzo decennio dell’Ottocento Camillo Borghese cercò di ripristinare, per quanto possibile, la collezione mediante l’acquisizione di nuovi materiali provenienti da scavi archeologici e da altre dimore della famiglia, in particolare da Palazzo Borghese, ma anche commissionate direttamente oppure acquistate.
Nel 1901 il Casino Nobile, sede della Galleria Borghese, fu acquistato dallo Stato Italiano ed aperto al pubblico il 7 gennaio 1902. Il 28 giugno 1997, dopo 16 anni di chiusura, la Galleria Borghese riapriva al pubblico in tutto il suo splendore dopo un radicale restauro architettonico che permise il recupero degli apparati decorativi e delle cromie originali delle facciate esterne e, negli interni, delle decorazioni pittoriche settecentesche (le originali, seicentesche, sono conservate solo nella Cappella).

La Galleria Borghese accoglie il visitatore nel grandioso Salone di Mariano Rossi, così denominato dalla meravigliosa opera del pittore siciliano che domina la volta (nella foto 1), eseguita tra il 1775 ed il 1779 nell’ambito dei lavori di rinnovamento della palazzina voluti dal principe Marcantonio IV Borghese e diretti dall’architetto Antonio Asprucci. Il soggetto celebra la Gloria della Civiltà Romana: al centro è raffigurato Romolo accolto nell’Olimpo da Giove per propiziare la vittoria di Furio Camillo contro Brenno, Re dei Galli.

Sulla parte alta della parete di fronte l’ingresso è situato il gruppo raffigurante Marco Curzio che si getta nella voragine apertasi nel Foro per salvare con il proprio sacrificio la città di Roma (nella foto 2). L’opera è frutto di un restauro eseguito all’inizio del XVII secolo su un cavallo del II secolo d.C. rinvenuto nel Cinquecento nella valle di Tempe presso Villa Adriana a Tivoli, mentre l’autore del cavaliere è stato identificato nello scultore Pietro Bernini.

Il Salone custodisce le sculture, qui collocate nel XIX secolo, raffiguranti Bacco (nella foto 3 a destra), risalente al II secolo d.C., ed il colossale Satiro all’attacco (nella foto 3 a sinistra), anch’esso risalente al II secolo d.C., con il corpo in torsione, che ispirò a Gian Lorenzo Bernini il David.

Nello stesso XIX secolo venne inserito nel pavimento il Mosaico con scene di caccia e di lotta tra gladiatori e fiere (nella foto 4), risalente all’inizio del IV secolo d.C., rinvenuto nella tenuta borghesiana di Torrenova sulla Via Casilina, dove decorava un’antica villa romana.
La Sala 1, o Sala Paolina, ospita una delle sculture più celebri della Galleria Borghese, il ritratto marmoreo di Paolina Borghese Bonaparte (nella foto in alto sotto il titolo) nelle sembianze di Venere Vincitrice, realizzato da Antonio Canova tra il 1805 ed il 1808 e successivamente dotato di un meccanismo, nascosto nel supporto ligneo drappeggiato, che fa ruotare la scultura. Paolina è raffigurata a seno scoperto, distesa su due cuscini ed un morbido materasso, con la mano destra al capo e la sinistra che tiene il pomo. La scultura, commissionata dal principe Camillo Borghese, destò un certo scalpore fra i contemporanei tanto che si narra che il marito, terminata l’opera, impedì a tutti, persino all’autore, di ammirare la statua. Probabilmente tale pettegolezzo nacque anche dal fatto che l’opera fu trasportata inizialmente lontana da Roma, presso Palazzo Chiablese a Torino dove Camillo Borghese risiedeva in qualità di Governatore Generale dei dipartimenti d’Oltralpe, e soltanto in seguito ricondotta a Roma, prima a Palazzo Borghese e poi, nel 1838, a Villa Borghese.

Le sale successive della Galleria Borghese rappresentano un tripudio delle opere di Gian Lorenzo Bernini, commissionate nella quali totalità dal cardinale Scipione Borghese: la Sala 2 ospita il David (nella foto 5), realizzato tra il 1623 ed il 1624, che raffigura David nell’istante che precede il lancio della pietra che colpirà il gigante Golia. Superfluo evidenziare la bellezza dell’opera nella torsione del corpo e delle braccia, intente a tendere la fionda, ed il volto contratto in una smorfia che rivela la concentrazione del momento: secondo alcune fonti, il volto raffigurerebbe quello dello stesso Gian Lorenzo Bernini.

La Sala 3 ospita un’altra opera meravigliosa, Apollo e Dafne (nella foto 6), realizzata da Gian Lorenzo Bernini tra il 1622 ed il 1625, in cui è raffigurata la favola pagana della metamorfosi in alloro della casta ninfa Dafne per sfuggire al dio Apollo. Un capolavoro eccezionale che affascina per molte ragioni, non soltanto per lo straordinario virtuosismo tecnico. Bernini scelse un momento estremamente difficile sotto il profilo creativo, ovvero l’attimo in cui la trasformazione di Dafne in alloro è da poco cominciata ma non è ancora del tutto compiuta, tanto che si possono osservare le gambe e le braccia trasformarsi in tronco e rami, e le dita delle mani assumere le sembianze di foglie.

La Sala 4 ospita un’autentica meraviglia: il gruppo scultoreo raffigurante il Ratto di Proserpina (nella foto 7), prima opera autografa di Gian Lorenzo Bernini che la realizzò tra il 1621 e il 1622, dalla potente forza aggressiva, nella quale Plutone, dio degli Inferi, rapisce Proserpina, figlia di Gea.

L’opera è veramente straordinaria: Plutone, nell’atto di trattenere la fanciulla che tenta invano di divincolarsi, affonda le mani nel fianco e nella coscia di Proserpina e la “morbidezza” della carne che il marmo riesce a trasmettere è qualcosa di incredibile (nella foto 8). L’opera fu commissionata nel 1621 dal cardinale Scipione Borghese, il quale, pochi mesi dopo, la donò a Ludovico Ludovisi, nuovo cardinal nepote di Gregorio XV Ludovisi. Il gruppo scultoreo fu trasportato a Villa Ludovisi dove vi rimase fino al 1908 quando, acquistato dallo Stato italiano, venne riportato a Villa Borghese.

La Sala 5, o Sala dell’Ermafrodito, prende il nome dalla famosa scultura dell’Ermafrodito, copia romana del II secolo d.C. da un originale di Policleto, attualmente conservata al Museo del Louvre di Parigi. L’opera, rinvenuta nel 1609 durante gli scavi per la costruzione della chiesa di S.Maria della Vittoria, fu restaurata nel 1620 da Gian Lorenzo Bernini che trasformò il naturale appoggio marmoreo in un materasso sul quale la figura era mollemente adagiata. Dopo la vendita della collezione archeologica a Napoleone nel 1807, l’Ermafrodito fu sostituito con un altro Ermafrodito dormiente (nella foto 9) di proprietà Borghese, risalente al II secolo d.C., restaurato nel 1774 da Andrea Bergondi che realizzò un giaciglio composto da un materasso ed un cuscino avvolti in un lenzuolo movimentato da morbide pieghe, ad imitazione del modello berniniano. Questo secondo Ermafrodito fu esposto presso Palazzo Borghese fino ad inizio Ottocento, quando fu portato a Villa Borghese in sostituzione dell’altro trasferito a Parigi.

La Sala 6, o Sala di Enea e Anchise, custodisce il gruppo scultoreo con Enea, Anchise e Ascanio in fuga da Troia (nella foto 10), eseguito da Gian Lorenzo Bernini per il cardinale Scipione Borghese, con la collaborazione del padre Pietro, tra il 1618 ed il 1620. Il gruppo raffigura Enea, Anchise e Ascanio in fuga da Troia in fiamme: Enea sostiene sulle spalle l’anziano padre, il quale con la mano sinistra porta in salvo, poggiata sulla testa di Enea, la statuetta dei Penati. Dietro di loro si affaccia il piccolo Ascanio con il fuoco di Vesta in mano.

La Sala 8, l’ultima del piano terreno, ospita sei, dei dodici dipinti del Caravaggio, originariamente posseduti dal cardinale Scipione, tra cui la Madonna dei Palafrenieri (nella foto 11), commissionata nel 1605 dai membri dell’Arciconfraternita dei Palafrenieri. Allontanata dalla Basilica di S.Pietro per ragioni teologiche e di “decoro”, l’opera fu trasferita presso la chiesa di S.Anna dei Palafrenieri dove, vista da Scipione Borghese, fu da questi acquistata per 100 scudi. Il dipinto raffigura Maria mentre sorregge Gesù che schiaccia un serpente ai suoi piedi, simbolo del peccato, assistiti da Anna, madre della Vergine e protettrice dei confratelli, raffigurata come un’umile e vecchia popolana, dal volto grinzoso segnato dal tempo.

Straordinari anche il San Girolamo, il San Giovanni Battista, il David con la testa di Golia, il Giovane con canestra di frutta (nella foto 12) e l’Autoritratto in veste di Bacco (o Bacchino malato).

Ben rappresentate, in particolare attraverso capolavori di grandi maestri, sono le varie scuole regionali italiane e la pittura del Rinascimento, esposte nella Pinacoteca al piano superiore. Da segnalare in primo luogo la Deposizione di Raffaello (nella foto 13), realizzata nel 1507 per Atalanta Baglioni in memoria del figlio Grifonetto, ucciso nelle lotte per la signoria di Perugia, l’Ultima cena di Jacopo Bassano (una delle più alte interpretazioni nella pittura italiana del Cinquecento) e la Danae di Antonio Allegri detto il Correggio, che raffigura una delle quattro storie delle Metamorfosi ovidiane con gli amori di Giove. La Galleria Borghese ospita inoltre importanti creazioni quali la Dama con liocorno di Raffaello, una grande Madonna con Bambino e San Giovannino di Andrea del Sarto, un San Giovanni Battista del Bronzino, un ritratto del Parmigianino, dipinti del Sodoma, Garofalo, Dosso Dossi, Giorgio Vasari, Lorenzo Lotto, opere dell’area lombardo-veneta in particolare rapporto con l’insegnamento di Leonardo.

Fra i dipinti di Tiziano spicca il capolavoro Amor Sacro e Amor Profano (nella foto 14), per il quale nel 1899 i banchieri Rothschild offrirono 4 milioni di lire, una cifra superiore rispetto al valore allora stimato per l’intera Villa Borghese comprensiva delle opere d’arte: fortunatamente il quadro rimase al suo posto.
La grande galleria, in origine una loggia aperta, decorata nel 1624 dall’affresco di Giovanni Lanfranco con il Concilio degli Dei, è oggi dedicata alla pittura del secondo decennio del XVII secolo. Il Seicento è rappresentato soprattutto dalle opere riferibili alla grande stagione barocca, ma anche da testimonianze della pittura “minore” dei Bamboccianti, così chiamati dal soprannome di Pieter van Laer detto il Bamboccio, centrata sulla descrizione della vita quotidiana. Tra gli altri, sono da segnalare la Pietà di Peter Paul Rubens, il ritratto di Monsignor Merlini eseguito da Andrea Sacchi, il ritratto di Marcello Sacchetti realizzato da Pietro da Cortona, come pure la Fuga di Enea da Troia di Federico Barocci e la Caccia di Diana del Domenichino.

Infine, vogliamo segnalare la presenza nella Galleria Borghese della copia del celeberrimo ritratto di Raffaello raffigurante, secondo la tradizione, Margherita Luti (nella foto 15), figlia di un fornaio di Trastevere (da cui la denominazione Fornarina), il cui originale è conservato presso la Galleria Nazionale di Palazzo Barberini. Riferita, nelle descrizioni ottocentesche, a Giulio Romano, in tempi più recenti è stata attribuita ad un altro allievo del Sanzio e collaboratore del Pippi, Raffaellino del Colle. La fanciulla, seduta di tre quarti, è vestita da un leggerissimo velo trattenuto dalla mano destra, che le lascia scoperto il seno e le avvolge la vita lasciando in vista l’ombelico; sulle gambe è appoggiato un tessuto color corallo dai riflessi serici. Spicca sul braccio sinistro il famoso bracciale indossato all’antica che su fondo turchese reca a lettere dorate l’iscrizione Raphael Urbinas. Rispetto all’originale la copia, sostanzialmente fedele, si differenzia oltre che per il supporto, tela anziché tavola, per l’assenza dell’anello portato all’anulare sinistro in corrispondenza della seconda falange e per lo sfondo, che appare notevolmente più scuro ed uniforme della tavola Barberini.
