Per raggiungere l’Abbazia delle Tre Fontane si deve percorrere Via delle Acque Salvie (dal nome del luogo che fino a pochi secoli fa era così denominato, probabilmente per la presenza di alcune sorgenti), una strada che ricalca l’antico tracciato della Via Laurentina e dalla quale invece oggi si diparte. Immediatamente si ha la netta sensazione di un’immersione nel passato, un ritorno all’età medioevale, tanto è il fascino ed il mistero che questo luogo riesce a trasmettere.

Lungo la via troviamo un’edicola con la Statua di S.Benedetto (nella foto 1), alla base della quale è situata una prima epigrafe:
BENEDIC
GLORIOSAE SOBOLI TUAE
ITALIAE MUNDO
ovvero “Benedici il mondo con i tuoi gloriosi figli d’Italia”.
Alla base dell’edicola è situata un’iscrizione in latino che, con passi e concetti ripresi dalla Regola di S.Benedetto, ricorda che questo è un luogo di preghiera:
AUSCULTA O FILI
OBEDIENTIA SINE MORA
ORA ET LABORA
HUC PROPERAT CAELOS OPTAT
QUI CERNERE APERTOS
NEC REMOVET VOTUM SEMITA
DURA PIUM
SEMPER DIFFICILI QUAERUNTUR
SUMMA LABORE
ARCTAM SEMPER HABET VITA
BEATA VIAM
ovvero “Ascolta figlio: obbedienza senza indugio. Prega e lavora. Qui si affretta colui che desidera vedere i cieli aperti e non distoglie la sua pia intenzione dal difficile sentiero. Le cose difficili si ottengono sempre con grande fatica. La vita beata passa sempre per uno stretto sentiero”.
La statua del Santo è accompagnata, in basso, da un corvo che tiene in bocca una pagnotta: secondo la tradizione narrata da Papa Gregorio Magno, un corvo miracolosamente prese e portò via un pane avvelenato che il prete Fiorenzo (o Florentius) di Subiaco, invidioso dei miracoli di S.Benedetto, aveva inviato al Santo, salvandogli la vita, simboleggiando, quindi, la protezione divina e l’intervento provvidenziale contro il male.
Sulla fonte del sacello, in alto, svetta il Sigillo del Santo, ovvero la Croce di S.Benedetto sormontata dalla scritta Pax (Pace), motto dell’ordine benedettino, ed affiancata da lettere a composizione della più nota preghiera di esorcismo contro i veleni spirituali che il Maligno incessantemente somministra alle anime degli uomini.
Al termine della via si giunge in uno spiazzo in cui si erge l’ingresso all’Abbazia delle Tre Fontane costituito dal cosiddetto Arco di Carlo Magno (nella foto in alto sotto il titolo), edificato nel XIII secolo, durante il pontificato di Onorio III, e che faceva parte di una cinta muraria con funzioni difensive, come si deduce dalla presenza di cardini sui montanti dell’arco con l’evidente scopo di sostenere una porta molto pesante. La costruzione è denominata Arco di Carlo Magno in quanto un tempo le pareti interne erano affrescate con una decorazione, oggi quasi completamente scomparsa, che ricordava la donazione all’Abbazia delle Tre Fontane, avvenuta nell’805, di alcune proprietà in Maremma e nell’arcipelago toscano da parte di Leone III e Carlo Magno come ringraziamento per la miracolosa intercessione delle reliquie di S.Anastasio che contribuirono alla conquista di Ansedonia.

Oggi la struttura è decorata all’interno con alcuni affreschi dei Quattro Evangelisti e dei loro simboli e, sopra l’arco esterno, con un altorilievo riproducente la Madonna ed il Bambino (nella foto 2).

Con l’ausilio della Pianta 3 (da Google Maps) possiamo notare la disposizione del complesso abbaziale: superato l’Arco di Carlo Magno 1 dinanzi abbiamo la chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio 2, fondata da Onorio I nel 625, mentre sulla sinistra vi sono gli edifici che racchiudono il chiostro ed il monastero 3, non visitabili perché luoghi di clausura; sulla destra la chiesa di S.Maria Scala Coeli 4 del XII secolo e da qui, dopo un breve ed ombroso vialetto, la chiesa più antica, S.Paolo alle Tre Fontane 5, costruita dai cristiani nel V secolo sul luogo dove l’Apostolo Paolo fu martirizzato e poi decapitato nel 67 d.C.
Il primo insediamento nel monastero risale dunque al VII secolo con una comunità di monaci greci, per ospitare i quali Onorio I fece costruire un monastero accanto alla chiesa. Lo stato di abbandono del monastero costrinse, nell’XI secolo, Papa Gregorio VII ad affidarne la gestione ai monaci benedettini dell’Abbazia di Cluny, ma le condizioni, nonostante i lavori di restauro, non migliorarono di molto, anche a causa della malaria che infestava la zona. Nel 1140 la decisione di Innocenzo II di affidarlo ai monaci cistercensi di S.Bernardo di Chiaravalle risultò determinante: la ricostruzione, durata fino al 1221, secondo le norme rigorose dell’Ordine, restituì un’abbazia talmente bella e possente che la struttura che oggi possiamo ammirare risulta più o meno inalterata da allora. Lo stato di degrado riprese soltanto all’inizio dell’Ottocento quando, a causa delle disposizioni napoleoniche che prevedevano la confisca dei beni religiosi, i monaci cistercensi furono costretti ad abbandonare il monastero. Nel 1868 Pio IX affidò l’Abbazia delle Tre Fontane ad una compagnia di frati Trappisti, i quali, dopo aver bonificato la zona dalla malaria, vi piantarono una gran quantità di eucalipti, allora ritenuti una barriera al diffondersi della malaria, costituendo così un celebre e salubre bosco, mèta delle scampagnate dei romani che qui venivano a godere sia della pace e della bellezza del luogo, sia delle rinomate specialità dei frati come il cioccolato ed il liquore ricavato dalle foglie di eucalipto. Un’antica tradizione dei romani era quella di recarsi di buon mattino presso i frati Trappisti per gustarsi una rosetta (pane tipico di Roma) riempita di una buona dose di cioccolato caldo. Nel 1936 gran parte del territorio dell’Abbazia delle Tre Fontane fu espropriato per la realizzazione dell’Esposizione Universale di Roma, denominata E42 perché, su decisione di Benito Mussolini, venne fissata per il 1942, ventennale della marcia su Roma. La guerra bloccò il progetto e le costruzioni, che ripresero soltanto nel 1951, diedero vita ad un nuovo quartiere chiamato EUR (dalla sigla dell’Esposizione Universale di Roma) che divenne sede di uffici, musei nonché zona residenziale.
> Vedi Cartoline di Roma
