I Bulli di Roma

rissa romanesca di bartolomeo pinelli
Rissa Romanesca di Bartolomeo Pinelli – Acquaforte – 1819

L’etimologia del termine bullo deriva probabilmente dal tedesco: qualcuno sostiene che derivi dalla parola “bühle”, un termine medievale che significava amatore, amante, altri sostengono che invece derivi dalla parola “bulle”, ovvero “toro”, in riferimento sia al bovino vero e proprio, sia ad un tipo d’uomo violento, grosso, robusto, dal collo taurino, prepotente ed attaccabrighe (e questa sembra l’etimologia più consona).
La figura del bullo rappresentava un vero e proprio fenomeno di costume nella Roma papalina e di fine Ottocento e prosperò fino alla Prima Guerra Mondiale, con qualche strascico nel dopoguerra, fino alla salita del fascismo. I bulli non si consideravano malviventi, bensì cavalieri, eroi, nonché protettori dei deboli; si sentivano eredi degli antichi romani, affermavano che nelle loro vene scorresse sangue troiano, che fossero discendenti di Enea: Sangue d’Enea! era una loro imprecazione, storpiata in Sangue d’Inea, frase dalla quale proviene “er Tinea”, uno dei più famosi bulli di Roma, di cui parleremo più avanti.
La volontà di potenza, il desiderio di mettersi in mostra, la competizione agonistica erano alla base delle continue sfide tra i bulli dei vari rioni. Un vero bullo teneva in modo esagerato al proprio nome, alla propria reputazione ed al proprio onore. Il nome del bullo non doveva essere “sporcato” da azioni losche o disonorevoli, come, ad esempio, mancare alla parola data. Essere di parola era un imperativo categorico, inderogabile, la parola data era sacra, intoccabile, chi avesse mancato di parola avrebbe perso la faccia davanti agli amici ed a tutto il rione. Il bullo, inoltre, doveva dimostrare coraggio in ogni occasione, davanti ad ogni questione d’onore, non poteva ritirarsi, soprattutto davanti ad una sfida di coltello.
Il bullo trovava nel rione il terreno favorevole al suo desiderio di supremazia, perché ogni romano aveva nel sangue questo desiderio, questa aspirazione a prevalere sugli altri. I pretesti per un duello tra bulli potevano essere tanti, futili ed assurdi come un’occhiata “storta”, il guardare dritto negli occhi, un minimo urto con il gomito o una parola di troppo, oppure importanti come il tradimento o il disonore e l’offeso, anziché gettare il guanto, gettava lì due parole: Fora er cortello!. La sfida era lanciata, non si poteva tornare indietro e chi si ritirava e non accettava la sfida, era finito per l’onorata società dei bulli. Il codice d’onore era sacro, chi non osservava la legge dell’omertà, che imponeva al bullo di non rivelare mai chi lo avesse accoltellato, era finito, specialmente se faceva la luna co’ la giusta, ovvero la spia, perché pagava con lo sfregio sulla faccia che lo avrebbe bollato per tutta la vita come “spione”. Giurare sull’onore valeva più di qualsiasi garanzia e chi mancava di parola era bollato.
Il divertimento festivo dei bulli erano le schermaglie al coltello con i bulli degli altri rioni. Al posto della partita di calcio si faceva la partita al coltello, naturalmente con la “sicura”: una cordicella che avvolgeva la lama fino a lasciarne scoperta solo la punta, appena un centimetro per la “puncicata”, per la “toccatina”. Con la “raspa” (giacca) avvolta sul braccio, a mo’ di scudo, i bulli rivali si affrontavano in questi duelli sportivi al primo sangue, mentre gli amici sostenevano con approvazione e mormorii le mosse e le stoccate ben riuscite. Uno dei divertimenti più plateali di un bullo in vena di prepotenze era “l’abbottatura”: se qualcuno gli era antipatico o gli aveva fatto un torto presunto, davanti a tutti, gli ingiungeva minaccioso: Abbottete!. Il poveretto, se non era uomo da competere con lui con il coltello, doveva…abbozzare, cioè abbottare le guance, gonfiandole in modo che il bullo potesse sgonfiarle con uno schiaffone, fra le risate dei presenti, dopodiché lo lasciava andare.
I mestieri che facevano abitualmente questi spericolati campioni de punta e tajo, mestieri che richiedevano forza fisica e decisione, erano il macellaio, lo scalpellino, il muratore, il pesciarolo, il vetturino, il carrettiere, il fruttarolo, il facchino, lo scaricatore di porto, e tutti, più o meno, morivano giovani, a 30, 35 o 40 anni, spesso per una “questione” nata per futili motivi.
La rivalità tra rioni aveva radici antiche e faceva parte del costume e della mentalità popolare. La mania delle fazioni e della faziosità, alimentata ed esasperata sin dal Medioevo dalle lotte ferocissime tra le famiglie più potenti come i Colonna, gli Orsini, i Frangipane, i Savelli, si estese anche al popolo, alle teste calde dei vari rioni, ciascuno contraddistinto da un suo stemma, da una sua bandiera, che si odiavano fra loro senza alcun motivo plausibile. Fin da ragazzini i romani di ogni rione, specialmente i trasteverini ed i monticiani, acerrimi rivali tra loro, si cimentavano quasi ogni giorno in furibonde “sassarolate”, vere e proprie battaglie in cui le armi usate erano la fionda ed i sassi, che si svolgevano tra i ruderi di Campo Vaccino, ovvero il Foro Romano.
Il primo bullo romanesco a salire alla gloria della scena e della letteratura fu Jacaccio, o Jacaccia, cioè Gioacchinaccio, il quale comparve per la prima volta ne I Falsi Mori di Giovan Battista Pianelli.

1 Parlata di Meo Patacca, ai suoi bravi Compagni

Ma è Meo Patacca (nell’immagine 1 l’acquaforte di Bartolomeo Pinelli denominata Parlata di Meo Patacca, ai suoi bravi Compagni) il bullo per antonomasia, il modello a cui si rifacevano idealmente, nei modi, nei gesti, nella parlata, nei sentimenti eroici, tutti i bulli romani dell’Ottocento. Meo Patacca aveva una fede incrollabile nella romanità, credeva, al pari di Cola di Rienzo, nel sogno di riesumare la gloria di Roma. Il suo nome presenta un’etimologia ben definita: la “patacca” era una moneta che valeva cinque carlini ed era la paga del soldato, quindi deriva direttamente dalla maschera del soldataccio spaccone. Meo è un autentico paladino, un cavaliere di cappa e spada che sa maneggiare la fionda, ma anche vincere con onore una giostra cavalleresca sul Campidoglio, la Giostra del Saracino. La sua è una figura baldanzosa, fiera, che sa destreggiarsi abilmente con il coltello e con la spada, che sa cogliere infallibilmente nel segno con la fionda come con la lingua. Meo tiene molto anche al suo aspetto, perché la sua spavalderia, il suo orgoglio di discendente di Enea mal sopporterebbe l’umiliazione di un vestito sciatto, trasandato, non all’altezza del personaggio e del ruolo che rappresenta dinanzi al rione. La sua figura è impeccabile: il “fungo” sulle ventitré ed il ciuffo raccolto nella reticella, la giacchetta elegante di velluto a coste, la “corvatta” di taffetà annodata con un cappio, la fascia multicolore avvolta intorno alla vita, i calzoni corti stretti sotto il ginocchio, le calze rosa carnicino e le scarpe con fibbia sferragliante e mezzo tacchetto, fionda e pugnale al fianco, la camminata a testa alta con aria da malandro, strascicando i piedi ed incrociando leggermente i passi.
Il bullo è sempre alla ricerca della battuta fulminante: se la sua lama è affilata, la sua lingua deve essere ancora più tagliente. Esisteva, al contempo, un vocabolario gergale che escludeva da una conversazione di bulli gli intrusi, i ficcanaso, gli agenti in borghese: così lo schiaffo diventa sciacquadente o garofalo de cinque fronne (le fronde sarebbero le cinque dita) o leccamuffo; il cappello diventa fongo (fungo), la scarpa fangosa, la strada calcosa, il mento barbante, il naso frosciante (da froge o narici), la testa pidocchiara, la spada saracca, l’associazione di bulli paranza o ghenga, il manipolo di bulli mancoso, il bullo sgherro. Fare la spia diventa arza’ la stella, il carcere di Castel S.Angelo la Cajostra, il tradimento un carcio farzo, rubare tira’ de micia, fare la spia tira’ la ruzzica. A Meo Patacca fa da controfigura Marco Pepe, o Marco Spacca, lo smargiasso spaccone, il fanfarone che sbraita, minaccia, promette a tutti e poi, alla resa dei conti, scappa come una lepre.

2 Rugantino al Sistina

Inevitabilmente la sua figura ci rammenta Rugantino: nella foto 2, a sinistra Nino Manfredi nei panni di Rugantino, al centro Ornella Vanoni (che sostituì Lea Massari), nei panni di Rosetta, a destra Aldo Fabrizi nei panni di Mastro Titta, rappresentata per la prima volta al Teatro Sistina di Roma il 15 dicembre 1962.
Rugantino è prepotente come Meo Patacca, guascone come Marco Pepe, un provocatore, ma che poi le prende da tutti: si accontenta solo di usare la lingua fino in fondo, di “rugare”, mentre l’avversario lo seppellisce sotto una miriade di mazzate. L’ultima battuta, però, deve essere la sua: Mejo perde ‘n amico che ‘na risposta!, sentenzia per consolarsi di avercele prese; il suo motto più famoso, infatti, è Me n’ha date ma quante je n’ho dette!. Rugantino è uno smargiasso, un “bulletto” ogni volta smentito e smascherato dai fatti, spaccone, fanfarone ma simpatico, perché alla fine si rivela per un povero diavolo che non sa fare l’eroe, che sa perdere senza falsi pudori. Rugantino, però, non è un vigliacco come Marco Pepe che si ritira e scappa: Rugantino non demorde, seguita a sbraitare anche durante le bastonate, finché gli amici, preoccupati, lo tirano fuori dalle mani dell’avversario che lo ucciderebbe.
Padre Bresciani, nel suo “Edmondo, o dei costumi del popolo romano”, ci offre una viva testimonianza della vita, degli usi, del carattere fiero e orgoglioso della plebe di Roma, di cui volle lasciare, come Giuseppe Gioachino Belli, un prezioso monumento. E ci descrive con minuzia di particolari e con un certo mal celato compiacimento le imprese incredibili dei popolani più scalmanati, quei terribili bulli romani che ogni giorno facevano parlare di sé per le risse sanguinose che scatenavano, per lo più all’osteria. Papa Leone XII tentò di domare le imprese violente e spavalde dei bulli con una massiccia campagna di editti miranti ad ammansire i bollenti spiriti dei suoi sudditi. Famoso l’editto che imponeva alle osterie, maggiore teatro di risse ed accoltellamenti, di porre dinanzi all’ingresso il “cancelletto” per impedire ai clienti di entrare e di sostare all’interno: si poteva solo comprare il vino a portare via o la fojetta da bere in piedi, per poi andarsene subito dopo. Leone XII proibì anche le “giostre delle vaccine” e la famosa “sassarola” e, per evitare che lo spirito fiero e focosissimo dei romani fosse eccitato dalla vista del sangue, fece costruire un macello pubblico a Porta del Popolo e decretò che non si potesse macellare in nessun altro posto, vietando così la corsa delle “capate”, l’entrata travolgente, pericolosissima, delle mandrie di buoi nelle vie del centro di Roma con relativa baraonda di fughe e cacce improvvisate per le strade, in mezzo alla gente, che veniva travolta dalla valanga di zampe e corna.
Ciononostante, tra il 1850 ed il 1852 si registrarono 247 omicidi in città, tutti per arma da taglio e tutti causati da gelosia di mariti, rivalità in amore, ingiurie, liti di gioco, scommesse alle corse, gare di sorpasso con le carrozze e via dicendo. La Statistica Sanitaria del Regio Commissariato Ospedali Riuniti di Roma, che comprendeva i quattro maggiori Ospedali di S.Spirito, S.Giacomo, la Consolazione e S.Antonio, riporta in cifre, dal 1892 al 1910, i feriti “da punta e taglio”: per il 1892 si contano 72 feriti da punta e taglio “penetrante” con esito di 11 morti, e 195 feriti da punta e taglio “non penetrante” con 6 morti. Nel 1895 5 feriti da punta e taglio “penetrante” con esito di 1 morto e 13 feriti da punta e taglio “non penetrante” con 1 morto. Nel 1900 106 feriti da punta e taglio “penetrante” con esito di 18 morti e 71 feriti da punta e taglio “non penetrante” con nessun morto. Nel 1906 140 feriti da punta e taglio “penetrante” con esito di 46 morti e 258 feriti da punta e taglio “non penetrante” con nessun morto. Nel 1910 47 feriti da punta e taglio “penetrante” con esito di 18 morti e 183 feriti da punta e taglio “non penetrante” con nessun morto. La ferita “non penetrante” era quella senza lesioni gravi di organi interni e senza fuoriuscita delle interiora ma che abbastanza spesso aveva un morto come conseguenza. Naturalmente a questi numeri vanno aggiunti tutti quelli che non si rivolgevano agli ospedali, preferendo curarsi da soli e non parlare, per omertà o in attesa di vendetta sul rivale.
Fra i bulli più rinomati: er Porchetta, er Cechetta, er Porpo, Mignottella, er Cicoriaro, er Pomata, Sturapippe, Morbidone, Ansermuccio, Nino er bullo, er Pajetta, Caio de Ponte, er Fagocchio, Arfredone, er Zeppa, Augusto Negri detto er Manciola.

romeo ottaviani detto er tinèa
3 Romeo Ottaviani detto er Tinèa

Una menzione a parte la merita Romeo Ottaviani, detto er Tinèa (nella foto 3), er più de Trastevere, uno dei più famosi bulli di Roma. Romeo era nato nel Rione Borgo, in Piazza del Catalone, per poi trasferirsi con la famiglia in Trastevere, in Piazza de’ Renzi, dove abitò fino alla morte: cresciuto in un rione che fu una fucina di bulli, ne assorbì il modo di essere e fu testimone di innumerevoli fatti di sangue. Divenne presto noto per la forza ed il coraggio nel difendere i più deboli, al punto che il delegato di pubblica sicurezza di Trastevere, Francesco Ripandelli, per evitargli una brutta fine, lo raccomandò per un lavoro alle Regie Poste ed il nerboruto Romeo divenne un fattorino nella sede di Piazza di S.Silvestro. Ma una sera del 1898, finito il lavoro, in Via Frattina s’imbatté in un energumeno che picchiava una donna: subito s’intromise a difesa della ragazza ma l’uomo lo insultò e lo minacciò con la “molletta”, tipico coltello dei bulli. Er Tinèa lo atterrò con un paio di sganassoni e gli intimò di non far più del male alla ragazza. Si verrà a sapere poi che quell’uomo era er Malandrinone, un noto esponente malavitoso che controllava gran parte della prostituzione romana. La stampa rese noto l’episodio e fece di Romeo un nuovo eroe popolare, seguendolo in tutte le sue “imprese” e rendendolo famoso come protettore dei più deboli contro i prepotenti e lo accreditò come legittimo capo dei bulli di Roma nel periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. I pantaloni “a tubbo”, la giacca alla cacciatora di velluto a coste, colletto a doppio bottone, scoppola pure di velluto calata sulla fronte, er Tinea, con la sua statura da gigante, con la sua spavalda camminata bulla, metteva paura a tutti. Ben presto er più de Trastevere cominciò a lavorare come maschera in qualche locale di divertimenti o teatri, impiegato per sedare gli animi dei bulletti che facendo confusione interrompevano lo spettacolo. La sua sola presenza bastava per riportare l’ordine, tutti lo temevano e rispettavano. La casa de er Tinèa era una specie di ufficio reclami dei più deboli che chiedevano soddisfazione di qualche sopruso o prepotenza. Romeo riusciva sempre a ricomporre la quistione con le buone o con le cattive, ad appianare le liti, a stroncare le prevaricazioni della malavita verso gli inermi. La stessa polizia lo stimava e chiudeva un occhio se qualche volta, per dividere i contendenti, ci andava con la mano troppo pesante. La sera del 6 aprile 1910 fu assalito alle spalle e ferito al collo in Piazza Trilussa da un certo Bastiano er Sartoretto: trasportato in gravi condizioni all’Ospedale della Consolazione, vi morì due giorni dopo. Al funerale partecipò una gran folla di pubblico, amici, nemici, cronisti e poliziotti, tutti curiosi di vedere da vicino tutta la Roma bulla. Rimane tuttora nell’uso di qualche vecchio romano l’espressione Ma chi sei er Tinèa?, intesa in senso ironico, per burlarsi di atteggiamenti prepotenti e spavaldi.