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Villa Celimontana

Nella prima metà del Cinquecento l'area oggi occupata dalla Villa Celimontana era occupata da una vigna di proprietà della famiglia Paluzzelli, i quali avevano fatto eseguire scavi che avevano portato all'estrazione di pregiati marmi colorati (probabilmente appartenenti ad un tempio) ed utilizzati per la "Sala Regia" che il Sangallo stava in quegli anni sistemando in Vaticano. Nel 1553 Giacomo Mattei (lo stesso che fece costruire l'edificio quattrocentesco in piazza Mattei) acquistò la vigna per 1000 scudi d'oro, ma fu Ciriaco Mattei a trasformarla in villa nel 1580, incaricando l'architetto Giacomo Del Duca, discepolo di Michelangelo, della costruzione dell'edificio e della prima sistemazione del parco, arricchito con la notevole collezione di opere d'arte dei Mattei. Non è possibile individuare l'aspetto della costruzione originaria perchè durante i vari passaggi di proprietà l'edificio fu più volte restaurato, ma probabilmente era ad un solo piano, con un portico sulla facciata e concluso dal fregio dorico e dalla balaustrata tuttora esistenti: oggi la villa (nella foto 1) si presenta invece sopraelevata di un piano, a pianta quadrangolare con due bassi avancorpi laterali anteriori. Il piazzale livellato dove sorge l'edificio non è naturale: esso, infatti, è sostruito da grandiose murature antiche, in gran parte di età flavia, i resti delle quali sono visibili soprattutto sul lato meridionale. Successivamente il giardino fu definito dagli architetti Giovanni e Domenico Fontana, ai quali si deve l'arredo dell'obelisco donato dal Comune di Roma nel 1582 ed ivi trasportato nel 1587, posto al centro del teatro. La villa fu anche famosa per la bellezza delle sue fontane, alla realizzazione delle quali Girolamo Mattei chiamò Gian Lorenzo Bernini. Al grande artista sono infatti attribuite due fontane: quella denominata "dell'Aquila" (emblema araldico dei Mattei) e quella "del Tritone", entrambe scomparse, come anche le altre che ornavano la villa. A proposito di Girolamo, a lui si riferisce la dicitura posta sul portale originale (nella foto 2) dinanzi alla chiesa dei Ss.Giovanni e Paolo, con la data, 1650, relativa al restauro effettuato. La villa rimase ai Mattei fino al 1802, anno di vendita del complesso, anche se la spoliazione dei prezzi pregiati era già iniziata nel 1770 con la vendita di 10 statue al Vaticano (tra cui l'Amazzone, la "Pudicizia", il "Traiano seduto", ora al Louvre) e nel 1802 con la testa di Augusto sempre al Vaticano. La villa in questi anni subì numerosi passaggi di proprietà: nel 1813 fu acquistata dal principe Manuel Godoy, principe di La Paz e ministro di Carlo IV di Spagna, poi subentrò la principessa Marianna d'Orange Nassau, figlia di Guglielmo I d'Olanda, nel 1857 la principessa Federica di Prussia, della principessa di Bauffremont e infine nel 1869 il barone bavarese Riccardo Hoffmann. Dopo la I Guerra Mondiale la villa fu confiscata dallo Stato Italiano ai proprietari di nazionalità tedesca quale bene nemico: soltanto nel 1926 fu donata al Comune di Roma che adibì Villa Mattei Celimontana a parco pubblico. Nel 1923, proprio in previsione dell'apertura al pubblico, furono rimosse le sculture più importanti e depositate al Museo Nazionale Romano; nel 1926 l'edificio fu donato alla Società Geografica Italiana, un'associazione dedita alla pubblicazione di riviste che hanno lo scopo di favorire le conoscenze geografiche. Entro l'area della villa, a sinistra dell'attuale ingresso di piazza della Navicella, vi era la caserma della V coorte dei Vigili, vista negli scavi del 1820, del 1931 e del 1958, i cui resti appartenevano al periodo traianeo. La villa fu famosa anche in relazione alla cerimonia iniziata da S.Filippo Neri nel 1552, ovvero la Visita delle Sette Chiese (S.Pietro, S.Giovanni in Laterano, S.Maria Maggiore, S.Paolo fuori le mura, S.Lorenzo fuori le mura, S.Sebastiano all'Appia Antica e S.Croce in Gerusalemme), durante la quale i Mattei aprivano il parco al pubblico ed offrivano ospitalità ai numerosi pellegrini provati dal cammino, i quali venivano anche rifocillati con pane, vino, salame, formaggio, un uovo e due mele. Una lapide posta alla sinistra dell'ingresso della villa su piazza della Navicella ricorda che "Questo portale, già ingresso della Villa Massimo, demolito nel MDCCCLXXXV (1885) e donato alla Città di Roma dalla Ecc. Famiglia Lancellotti , venne qui ricostruito e restaurato dal Governatorato di Roma nell'anno MCMXXXI (1931)". Il portale (nella foto sotto il titolo) è costituito da una porta bugnata, decorata con due cariatidi ed uno stemma del Comune di Roma, sormontata da un attico con balaustrata e finestre. A sinistra dell'edificio, alla fine del viale centrale, si trova l'obelisco (nella foto 3, finalmente restaurato e restituito alla sua originaria bellezza), qui traslato nel 1817 dalla posizione originaria ad opera dell'architetto spagnolo Antonio Celles, a seguito dei lavori di rinnovamento voluti dal principe Gody: fu in questa occasione che venne posto sul basamento attuale al posto dell'antico basamento cinquecentesco, costituito da quattro leoni angolari. Triste la vicenda legata ai lavori di posa in opera del nuovo basamento: un canapo si ruppe ed un povero operaio vi rimise le mani e parte di un braccio, amputati d'urgenza e rimasti da allora sotto l'obelisco. L'obelisco presenta la parte inferiore del fusto più grande, eterogenea e di origine ignota, mentre la parte superiore, di 2,68 metri, reca geroglifici con il nome di Ramsete II (1304-1236 a.C.) e fu innalzato, insieme a quello che oggi si trova in piazza della Rotonda, nel Tempio del Sole ad Eliopoli. Trasportato a Roma, lo "spiedino" (traduzione della parola greca "obelískos") fu sistemato, insieme a quelli che oggi si trovano in piazza della Minerva e in via delle Terme di Diocleziano, ad ornamento del famoso santuario della comunità egizia, il Tempio di Iside. Prima della sistemazione attuale l'obelisco fu posto, nel XIV secolo, ad ornamento della scalinata del Campidoglio: la leggenda narra che il globo posto sulla sua cima contenga le ceneri di Augusto e che fosse stato alzato sul Campidoglio da Cola di Rienzo, come simbolo della libertà romana.

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