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INTRODUZIONE

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza. Oltre a ciò, mi sembra la mia idea non iscompagnarsi da novità. Questo disegno così colorito, checché ne sia del soggetto, non trova lavoro da confronto che lo abbiano preceduto.
I nostri popolani non hanno arte alcuna, non di oratoria, non di poetica: come niuna plebe n’ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro, viva sempre ed energica perché lasciata libera nello sviluppo di qualità non fattizie. Direi delle loro idee ed abitudini, direi del parlare loro ciò che non può vedersi nelle fisionomie. Perché tanto queste diverse nel volgo di una città da quelle degl’individui di ordini superiori? Perché non frenati i muscoli del volto alla immobilità comandata dalla civile educazione, si lasciano alle contrazioni della passione che domina e dall’affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo, corrispondente per solito alla natura dello spirito che que’ corpi informa e determina. Così i volti diventano specchio dell’anima. Che se fra i cittadini, subordinati a positive discipline, non risulta una completa uniformità di fisionomia, ciò dipende da differenze essenzialmente organiche e fondamentali, e dal non aver mai la natura formato due oggetti di matematica identità.
Vero però sempre mi par rimanere che la educazione che accompagna la parte dell’incivilimento, fa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla uniformità: e se non vi riesce quanto vorrebbe, è forse questo uno de’ beneficii della creazione. Il popolo quindi mancante di arte, manca di poesia. Se mai cedendo all’impeto della rozza e potente sua fantasia, una pure ne cerca, lo fa sforzandosi di imitare la illustre. Allora il plebeo non è più lui, ma un fantoccio male e goffamente ricoperto di vesti non attagliate al suo dosso. Poesia propria non ha: e in ciò errarono quanti il dir romanesco vollero sin qui presentare in versi che tutta palesarono la lotta dell’arte colla natura e la vittoria della natura sull’arte.
Esporre le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttora, senza ornamento, senza alterazione veruna, senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, eccetto quelli che il parlator romanesco usi egli stesso: insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall’uso, ecco il mio scopo. Io non vo’ gia presentare nelle mie carte la poesia popolare, ma i popolari discorsi svolti nella mia poesia. Il numero poetico e la rima debbono uscire come accidente dall’accozzamento, in apparenza casuale, di libere frasi e correnti parole non iscomposte giammai, non corrette, né modellate, né acconciate con modo differente da quello che ci manda il testimonio delle orecchie: attalché i versi gettati con simigliante artificio non paiano quasi suscitare impressioni ma risvegliare reminiscenze. E dove con tal corredo di colori nativi io giunga a dipingere la morale, la civile e la religiosa vita del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere non al tutto spregevole da chi non guardi le cose attraverso la lente del pregiudizio.
Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per proporre un modello, ma sì per dare una immagine fedele di cosa già esistente e, più abbandonata senza miglioramento. Nulladimeno io non m’illudo circa alle disposizioni d’animo colle quali sarebbe accolto questo mio lavoro, quando dal suo nascondiglio uscisse mai al cospetto degli uomini. Bene io preveggo quante timorate e pudiche anime, quanti zelosi e pazienti sudditi griderebber la croce contro lo spirito insubordinato e licenzioso che qua e là ne traspare, quasiché nascondendomi perfidamente dietro la maschera del popolano abbia io voluto prestare a lui le mie massime e i principii miei, onde esaltare il mio proprio veleno sotto l’egida della calunnia. Né a difendermi da tanta accusa già mi varrebbe il testo d’Ausonio, messo quasi a professione di fede in fronte al mio libro. Da ogni parte io mi udrei rinfacciare di ipocrisia e rispondermi con Salvator Rosa:

A che mandar tante ignominie fuore,
E far proteste tutto quanto il die
Che s’è oscena la lingua è casto il cuore?

Facile però è la censura, siccome è comune la probità di parole. Quindi, perdonate io di buon grado le smaniose vociferazioni a quanti Curios simulant et bacchanalia vivunt, mi rivolgerò invece ai pochi sinceri virtuosi fra le cui mani potessero un giorno capitare i miei scritti, e dirò loro: Io ritrassi la verità. Omne aevum Clodios fert, sed non omne tempus Catones producit. Del resto, alle gratuite incolpazioni delle quali io divenissi oggetto replicherò il tenor della mia vita e il testimonio di chi la vide scorrere e terminare tanto ignuda di gloria quanto monda d’ogni nota di vituperio.
Molti altri scrittori ne’ dialetti o ne’ patrii vernacoli abbiam noi veduti sorgere in Italia, e vari di questi meritar laude anche fra i posteri. Però un più assai vasto campo che a me non si presenta era loro aperto da parlari non esclusivamente appartenenti a tale o tal plebe o frazione di popolo, ma usate da tutte insieme le classi di una peculiare popolazione: donde nascono le lingue municipali. Quindi la facoltà delle figure, le inversioni della sintassi, le risorse della cultura e dell’arte. Non così a me si concede dalla mia circostanza. Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col soccorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca. Questi idioti o nulla sanno o quasi nulla: e quel pochissimo che imparano per tradizione serve appunto a rilevare la ignoranza loro: in tanto buio di fallacie si ravvolge. Sterili pertanto d’idee, limitate ne sono le forme del dire e scarsi i vocaboli. Alcuni termini di senso generale e di frequente ricorso vi suppliscono a molto.
Ed errato andrebbe chi giudicasse essersi da me voluto porre in iscena questo piuttosto che quel rione, ed anzi una che un’altra special condizione d’uomini della nostra città. Ogni quartiere di Roma, ogni individuo fra’ suoi cittadini dal ceto medio in giù, mi ha somministrato episodii pel mio dramma: dove comparirà sì il bottegaio che il servo, e il nudo pitocco farà di sé mostra fra la credula femminetta e il fiero guidatore di carra. Così, accozzando insieme le vari classi dell’intiero popolo, e facendo dire a ciascun popolano quanto sa, quanto pensa e quanto opera, ho io compendiato il cumulo del costume e delle opinioni di questo volgo, presso il quale spiccano le più strane contraddizioni. Dati i popolani nostri per indole al sarcasmo, all’epigramma, al dir proverbiale e conciso, ai risoluti modi di un genio manesco, non parlano a lungo in discorso regolare ed espositivo. Un dialogo inciso, pronto ed energico: un metodo di esporre vibrato ed efficace: una frequenza di equivoci ed anfibologie, risponde ai loro bisogni e alle loro abitudini, siccome conviene alla loro inclinazione e capacità.
Di qui la inopportunità nel mio libro di filastrocche poetiche. Distinti quadretti, e non fra loro congiunti fuorché dal filo occulto della macchina, aggiungeranno assai meglio al fine principale, salvando insieme i lettori dal tedio di una lettura troppo unita e monotona. Il mio è un volume da prendersi e lasciarsi, come si fa de’ sollazzi, senza bisogno di progressivo riordinamento d’idee. Ogni pagina è il principio del libro, ogni pagina la fine.
L’ortoepia ne’ Romaneschi non cede in vizio alla grammatica: il suono della voce cupo e gutturale: la cantilena molto sensibile e varia. Tradotta la prima nella ortografia de’ miei versi, mostrerà sommo abuso di lettere.
Nel mio lavoro io non presento la scrittura de’ popolani. Questa lor manca; né in essi io la cerco, benché pur la desideri come essenziale principio d’incivilimento. La scrittura è mia, e con essa tento d’imitare la loro parola. Perciò del valore de’ segni cogniti io mi valgo ad esprimere incogniti suoni.
Dalle vocali si avrà discorso più tardi. Parliamo intanto delle consonanti. La b tra due vocali si raddoppia, come abbito (abito), la bbella (la bella), debbitore (debitore) ecc.
La b dopo la m si cambia in questa: cammio (cambio), cimmalo o cèmmalo (cembalo), immasciata (ambasciata), limmo (limbo), palommo (palombo), gamma (gamba), ecc. Ciò peraltro accade quando appresso la b venga una vocale. Se la b sia seguit da r, alcuni la mutano in m e alcuni no: per esempio le voci imbriaco, settembre, ambra, da molti si pronunceranno senza alterazione e da taluni si diranno immriaco, settemmre, ammra.
La c si ascolta quasi sempre alterata. Se è doppia avanti ad e o ad i, oppure ve la precede una consonante, contrae il suono che hanno nella regolar pronuncia le sillabe cia e cio in caccia e braccio, e lo prende ancora più turgido, che in questi due esempi non si ascolta. Preceduta poi da una vocale, anche di separata parola, prolungasi strisciando, similare alla sc, di scémo, oscèno, scimia: per esempio, piascére, duscènto, rèscita, la scéna, da li scento, otto scivici (piacere, duecento, recita, la cena, dai cento, otto civici) e simili. E qui giova il ripetere aver noi prodotto in esempio un suono soltanto similare, imperocché di simile, in questo caso la retta pronunzia non ne somministra. Pasce, pesce, voci della buona favella, si proferiscono dal volgo come le voci viziate pasce, pesce (pace, pece) colla differenza però che in questi ultimi vocaboli il valore della s è semplice e strisciante, laddove in que’ primi odesi doppio e contratto: di modo che, chi volesse rappresentare con la penna la differenza di questi due suoni, dovrebbe scrivere passce, pessce (pasce, pesce) pasce, pesce (pace, pece): quattro vocaboli che il dir romanesco possiede.
Nella lingua francese si può trovare questo secondo suono strisciante della sc romanesca, il quale nella retta pronunzia dell’idioma italiano sarebbe vano di ricercare. Per esempio acharnement, colifichet, la chimie, s’échapper. Per ben leggere i versi di questo libro bisogna porre in ciò molta attenzione. I fiorentini hanno anch’essi questo suono, che coincide là appunto dove i romaneschi lo impiegano; ma dovendosi considerare ancora in quelli come un difetto municipale ed una alterazione del vero valor dell’alfabeto italiano, non si è da me voluto dare per esempio che potesse servire alla intelligenza degli stranieri.
Appresso però alle isolate vocali a, e, o, e a tutti i monosillabi che non sieno articoli o segnacasi, la e conserva bensì il suono grasso ai luoghi già detti, ma abbandona lo strascico; per esempio a cena, è civico, o cento. Si osserva in ciò la legge stessa che impera sulla c aspirata de’ fiorentini, i quali dicono la hasa, di hane, sette havalli, belle hamere, ecc., ed al contrario pronunziano bene e rotondamente a casa, è cane, o cose, che cavalli, più camere. Come dunque i fiorentini diranno la hasa, di hane, le hose (la casa, di cane, le cose) così i romaneschi diranno la scena, de scivico, li scento (la cena, di civico, i cento); e all’opposto per lo stesso motivo che farà pronunziare da’ fiorentini a casa, è cane, o cose, si udrà proferire a’ romaneschi a ccena, è ccivico, o ccento: imperocché in quelle isolate vocali a, e, o e ne’ monosillabi tutti (meno gli articoli, i segnacasi, di e da, e le particelle pronominali) sta latente una potenza accentuale che obbligando ad appoggiare con vigore sulla c iniziale de’ seguenti vocaboli, la esalta, la raddoppia, e per conseguenza n’esclude ogni possibilità di aspirazione come se fosse preceduta da consonante. La quale identità di casi offre uno benché lieve esempio di ciò che talora anche le lingue più diverse ritengono fra loro comune e inconvenzionale: la ragione di che deve cercarsi nella natura e necessità delle cose.
Bisogna qui avvertire un altro ufficio della lettera c. Presso il volgo di Roma le voci del verbo avere sono proferite in due modi. Quando serve esso verbo di ausiliare ad altri verbi, tutte le di lui modificazioni necessarie ai tempi composti di questi si aprono col naturale lor suono, meno i vizi delle costruzioni coniugate: per esempio hai fatto, avevo detto, averanno camminato, ecc. Allorché però lo stesso verbo avere, preso in senso assoluto, indichi un reale possesso, i romaneschi fanno precedere ogni sua voce dalla particella ci. Non diranno quindi hai una casa, avevo due scudi, averanno un debito, ecc., ma bensì ci hai una casa, ci avevo du’ scudi, ci averanno un debbito, ecc. Poiché però il ci non è da essi pronunciato isolato e distinto, ma connesso e quasi incorporato col verbo seguente, così queste parole e altre verranno da me scritte colla particella indivisa: ciai, ciavevo, ciaveranno. E siccome esse consteranno pur sempre dall’accoppiamento di due voci diverse, io vi porrò un apostrofo al luogo dove cade l’unione fonica (ci’ai, ci’avevo, ci’averanno) affinché da niuno sien per avventura credute vocaboli speciali e di particolare significazione. Se poi la combinazione della altre parole del discorso, che vadano innanzi alle dette voci a quel modo artificiale, produrrà lo strisciamento oppure il raddoppiamento della c già da me più sopra indicato. Ecco in qual maniera si noteranno queste altre due differenze: Io sc’iavevo du’ scudi, Tu cc’iai una casa, ecc. Se al contrario il verbo avere non indichi un reale possesso allora le sue voci andran prive del ci: per esempio: avevo vent’anni, hai raggione, averanno la disgrazzia, ecc.
La d appresso alla n mutasi in questa seconda lettera. Vendetta si pronuncerà vennetta; andare, annà, indaco, innico, mondo, monno. Allorché però le parole principiate da in non saranno semplici ma composte, come indemoniato, indietro, indorare e simili, la d conserverà il proprio valore.
La g fra due vocali non si addolcisce mai nel modo che sogliono i buoni favellatori italiani, come in agio, pregio, bigio, ecc., ma si aspreggia invece e si duplica. Doppia poi, o preceduta da consonante avanti alla e ed alla i, si pronuncia turgida come la c ne’ medesimi casi. Nel resto questa lettera ritiene la sua natura. La sillaba gli nelle parole si cambia in due jj: mojje (moglie), ajjo (aglio), mejjo, fijjo, ecc. Ma l’articolo gli si muta in je: je disse, fajje (gli disse, fagli), ecc.
La l fra le vocali e le consonanti mute si muta in r, come Rinardo, Griserda, Mitirda, manigordo, assarto, sverto, morto, inzurto, ferpa, corpa, quarcheduno, arbero, Argèri, arcuanto, marva, scarzo, meacurpa, per Rinaldo, Griselda, Matilde, manigoldo, assalto, svelto, molto, insulto, felpa, malva, scalzo, mea-culpa. Nulladimeno il vocabolo caldo e i suoi composti diconsi assai più spesso e generalmente callo, riscallo, e non cardo e riscardo. Ancora nel nome Bertoldo la d fa l e si dice Bertollo. Olio pronunciasi ojjo, rosolio fa rosojjo, risojjo o risorio. La medesima lettera l preceduta da un’altra consonante in una stessa sillaba, prende parimenti il suono di r. Pertanto le voci clima, plico, applauso, flauto, afflitto, emblema, blocco, Plutone, diverranno crima, prico, apprauso, frauto, affritto, embrema, brocco, Prutone.
Alcuni non della infima plebe volgono l’articolo il in el, laddove la vera plebaglia dice sempre er.
La s non suona mai dolce come nella retta pronunzia di sposo, casa, rosa. Odesi sempre sibilante, e, allorché non sibila, assume le parti di una z aspra: lo che accade ogni qual volta succeda nel discorso ad una consonate come sarza (salsa), er zegno (il segno), penziere (pensiere), inzino (insino) ecc.
La z nel mezzo delle parole costantemente raddopiasi. Così grazia, offizio, protezione, si proferiranno grazzia, offizzio, protezzione. Bensì questo s’intende allorché la z rimanga fra due vocali.
Generalmente, al principio delle parole, alcune consonanti restano semplici e molte al contrario si raddoppiano, purché la parola precedente non termini in un'altra consonante. Ma poiché pure questa teoria, comune in gran parte alle classi più polite del popolo, va soggetta a capricciose eccezioni, se ne mostrerà la pratica ai debiti incontri. Dopo però le finali colpite d’accento, sia manifesto, sia potenziale (come si disse più sopra, parlando de’ monosillabi) da noi si dovrebbe nella scrittura delle consolanti iniziali conservare il sistema della regolare ortografia. Un segno di più è forse qui oziosa ridondanza, dacché fu avvertito come la potenza accentuale raddoppi per sé stessa nella pronunzia le articolazioni seguenti: e il miglior proposito parrebbe quello di notar solamente ciò che si diparte dal resto. Purtuttavia, per non indurre in equivoco i meno pratici, ai quali potesse per avventura giungere questo scritto, seguiremo coi segni la guida del suono da essi rappresentato.
Per le lettere vocali non dovremo fare osservazioni se non se intorno alla a alla e e alla o. La prima esce sempre dalla bocca de’ romaneschi con un suono assai pieno e gutturale: l’acuto o il grave della seconda e della terza seguono le regole del dir polito, meno qualche incontro che all’occasione sarà da noi distinto con analoghi accenti. Basterà qui l’avvertire che niuna differenza si fa da e congiunzione ed è verbo, siccome neppure tra la o congiuntivo e la ho verbale: udendosi tutte pronunciare ugualmente con suono ben largo ed aperto.
Aggiungeremo a questo luogo che la i nei monosillabi mi, ti, ci, si, vi, trasformasi in e, pronunciandosi me, te, ce, se, ve. Al contrario poi la e in se, particella condizionale, volgesi in i. Questo rilievo per altro apparterrebbe più alla grammatica che all’ortografia: e noi di grammatica non parleremo, potendone i vizii apparir chiaramente dagli esempii, i quali verranno all’uopo corredati da apposite note dichiarative.

[Giuseppe Gioachino Belli]


 

1. Lustrissimi: co’ questo mormoriale

Lustrissimi co’ questo mormoriale
v’addimando benigna perdonanza
se gni fiasco de vino igni pietanza
non fussi stata robba pella quale.

Sibbè che pe’ nun essece abbonnanza
come ce n’è piú mejjo er carnovale,
o de pajja o de fieno, o bene o male
tanto c’è stato da rempí la panza.

Ma già ve sento a dí: fior d’ogni pianta,
pe la salita annamo e pe la scenta,
famo li sordi, e ’r berzitello canta.

Mo sentiteme a me: fiore de menta,
de pacienza co’ voi ce ne vò tanta,
e buggiarà pe’ bbio chi ve contenta.

1818-19


2. A Pippo de R...

Sentissi, Pippo, er zor abbate Urtica
co cquell’antro freghino de Marchiònne
uno p’er crudo e ll’antro pe le donne
appoggiajje ar zonetto la reprìca?

Ma cchi a ste crape je po ffà la fica,
j’averà dditto, cazzo: «Crielleisònne!
se la vadino a magna bbell’e mmonne,
che nnoi peddìo nun ciabbozzamo mica».

Valla a ccapí: si ffai robba da jjanna,
subbito a sto paese je paremo
quer che je parze a li giudii la manna;

ma si ppoi ggnente ggnente sce volemo
particce come la raggion commanna,
fascemo buscia, Pippo mio, fascemo.

1820 - De Peppe er tosto

3. A la sora Teta che pijja marito
Questo e il seguente sonetto furono da me spediti a Milano al sig. Giacomo Moraglia mio amico il 29 dicembre 1827, onde da lui si leggessero per ischerzo nelle nozze del comune amico signor G. Longhi con la signora Teresa Turpini, cognata del Moraglia.

Coll’occasione, sora Teta mia,
d’arillegramme che ve fate sposa,
drento a un’orecchia v’ho da dí una cosa
pe’ rregalo de pasqua bbefania.

Nun ve fate pijjà la malatia
come sarebbe a dí d’esse gelosa,
pe’ nun fà come Checca la tignosa
che li pormoni s’è sputata via.

Ma si piuttosto ar vostro Longarello
volete fà passà quarche morbino
e vedello accuccià come un agnello;

dateje una zeccata e un zuccherino;
e dorce dorce, e ber bello ber bello,
lo farete ballà sopra un cudrino.

dicembre 1827


4Ar sor Longhi che pijja mojje
Sonetto

Le donne, cocco mio, sò certi ordegni,
certi negozi, certi giucarelli
che si sai maneggialli e sai tienelli,
tanto te cacci da li brutti impegni:

ma si poi, nerbi-grazia, nun t’ingegni,
de levàttele un po’ da li zzarelli,
cerca la strada de li pazzarelli
va’ a fiume, o scegni drento un pozzo scegni.

Sí, pijja mojje, levete er crapiccio
ma te n’accorgerai pe ddio sagranne
quanno che sarà cotto er pajjariccio.

Armanco nun la fà tamanto granne;
e si nun vòi aridurte omo a posticcio,
tiè pe’ tte li carzoni e le mutanne.

dicembre 1827 - G.G.B.


5. Alle mano d’er sor Dimenico Cianca
Soneetto de povesia

Lo storto, che vva immezzo a la caterba
de quelle bbone lane de fratelli,
che de ggiorno se gratta li zzarelli,
eppoi la sera el culiseo se snerba,

m’ha dditto mo vviscino all’Orfanelli
quarmente in ner passà ppe la Minerba,
ha vvisto li scalini pieni d’erba,
de ggente, de sordati e ggiucarelli;

co l’occasione c’oggi quattro agosto
è la festa d’er zanto bbianco e nnero,
che ffa li libbri, e cchi li legge, arrosto.

Ho ffatto allora: Oh ddio sagranne, è vvero!
Làsseme annà da Menicuccio er tosto,
a bbeve un goccio de quello sincero.

4 agosto 1828 - De Peppe er tosto


6. Reprìca ar sonetto de Cianca de li quattro d’agosto 1828

La quale, nun saprebbe, in concrusione
stavo a aspettà con du’ lenterne d’occhi:
dico er zonetto co ttutti li fiocchi
c’avevio da mannamme a ppecorone.

Oh vvarda si nnun è da can barbone!
Tu me spenni pe ggurde e ppe mmajocchi,
e cquanno hai da fà ttu... ma ssi mme tocchi
un’antra vorta a mē..., dimme cojjone!

Li disciassette duncue, sor grostino,
nun lo sapete ppiú che ffesta edè?
Pozzi morí, nun è San Giuacchino?

Ar fin de fine che mme preme a mme?
Dico pe ddí che ddrento a cquer boccino
o nun c’è un cazzo, o c’è un ciarvello che...

1829 - De Peppe er tosto


7. Er pennacchio

Ah Menicuccio mia, propio quer giorno,
la viggijja de pasqua bbefania,
quella caroggna guercia de Luscia,
lo crederessi?, me mettette un corno.

Porca fottuta! e me vieniva intorno
a ffà la gatta morta all’osteria
pe rrempí er gozzo a la bbarbaccia mia,
’ggni sempre come la paggnotta ar forno.

E intratanto co mmastro Zozzovijja
me lavorava quele du’ magaggne
d’aruvinà un fijjaccio de famijja.

Ecco, pe ccristo, come sò ste caggne:
amore? ’n accidente che jje pijja:
tutte tajjòle pe ppoi fatte piagne.

7 agosto 1828


8. L’aribbartato

Te lo saressi creso, eh Gurgumella,
ch’er zor paìno, er zor dorce-me-frega,
che mmanco ha ffiato per annà a bbottega,
potessi slargà er buscio a ’na zitella?

Tu nu lo sai ch’edè sta marachella;
tutta farina de quell’antra strega.
Mo che nun trova lei chi jje la sega,
fa la ruffiana de la su’ sorella.

Io sarebbe omo, corpo de l’abbrei,
senza mettécce né ssale né ojjo,
de dàjjene tre vorte trentasei:

ma nun vojo piú affríggeme nun vojjo;
che de donne pe ddio come che llei
’ggni monnezzaro me ne dà un pricojjo.

7 agosto 1828 - De Peppe er tosto


9. Er civico

Moàh Menicuccio, quanno vedi coso...
Nino er pittore a la Madon de Monti,
dijje che caso mai passa li ponti...
E damme retta; quanto sei feccioso!

Dijje... Ahà! Menicuccio, me la sconti:
ma perché me ce fai lo stommicoso?
M’avanzi quarche cazzo sbrodoloso?
Bravo! ariōca: come semo tonti!

Cosa te vo’ giucà, pe ddio de legno,
che si te trovo indove sò de guardia,
te do l’arma in der culo e te lo sfregno?

Dijje pe vvíede che sto ppropio a ardia,
che voría venne un quadro de disegno
che c’è la morte de Maria Stuardia.

1829 - De Peppe er tosto


10. Peppe er pollarolo ar sor Dimenico Cianca

Piano, sor È, come sarebbe a dine
sta chiacchierata d’er Castèr dell’Ova?
Sarebbe gniente mai pe ffà ’na prova
s’avemo vojja de crompà galline?

Sí! è propio tempo mo, cuesto che cquine,
d’annasse a ciafrujjà marcanzia nova!
Manco a buttà la vecchia nun se trova!
Ma chi commanna n’ha da vede er fine.

Duncue, sor coso, fateve capace
che a Roma pe sto giro nun è loco
da fà boni negozzi; e annate in pace.

E si in quer libbro che v’ha scritto er Coco
lui ce pò ddí cquer che je pare e ppiace,
io dico a voi che ciaccennete er foco.

28 gennaio 1829 - G.G.B.


11. Pio Ottavo

Che ffior de Papa creeno! Accidenti!
Co rrispetto de lui pare er Cacamme.
Bbella galanteria da tate e mmamme
pe ffà bbobo a li fijji impertinenti!

Ha un erpeto pe ttutto, nun tiè ddenti,
è gguercio, je strascineno le gamme,
spènnola da una parte, e bbuggiaramme
si arriva a ffà la pacchia a li parenti.

Guarda llí cche ffigura da vienicce
a ffà da Crist’in terra! Cazzo matto
imbottito de carne de sarcicce!

Disse bbene la serva de l’Orefisce
quanno lo vedde in chiesa: «Uhm! Cianno fatto
un gran brutto strucchione de Pontefisce».

1° aprile 1829


12. A compar Dimenico

Me so ffatto, compare, una regazza
bianca e roscia, chiapputa e bbadialona,
co ’na faccia de matta bbuggiarona,
e ddu’ brocche, pe ddio, che cce se sguazza.

Si la vedessi cuanno bballa in piazza,
cuanno canta in farzetto, e cquanno sona,
diressi: «Ma de che? mmanco Didona,
che squajjava le perle in de la tazza».

Si ttu cce vôi viení dda bbon fratello
te sce porto cor fedigo e ’r pormone;
ma abbadamo a l’affare de l’uscello.

Perché si ccaso sce vôi fà er bruttone,
do dde guanto a ddu’ fronne de cortello
e tte manno a Ppalazzo pe cappone.

14 febbraio 1830 - De Peppe er tosto – G.G.B.


13. Nunziata e 'r Caporale; o Contèntete de l'onesto

Titta, lasseme annà: che!, nun te bbasta
de scolà er nerbo cincue vorte e mezza?
Vò’ un bascio? tiello: vôi n’antra carezza?...
Ahà! da capo cor tastamme! oh ttasta.

Ma tte stai fermo? Mica sò dde pasta,
ché mme smaneggi: mica sò mmonnezza.
Me farai diventà ’na pera-mezza!
Eppuro te n’ho data una catasta!

E per un giulio tutto sto strapazzo?
Ma si mme vedi ppiú pe ppiazza Sora...
Oh vvia, famme cropí, cc’ho ffreddo, cazzo!

Manco male! Oh mmó ppaga. Uh, ancora tremo!
Addio: lasseme annà a le cuarantora,
e öggi, si Ddio vò, cciarivedemo.

Roma, 14 febbraio 1830 - Der medemo


14. Ar dottor Cafone
Tre sonetti

Sor cazzaccio cor botto, ariverito,
ve pozzino ammazzà li vormijjoni,
perché annate scoccianno li cojjoni
a cchi ve spassa er zonno e ll’appitito?

Quanno avevio in quer cencio de vestito
diesci asole a rruzzà cco ttre bbottoni,
ve strofinavio a ttutti li portoni:
e mmó, bbuttate ggiú ll’arco de Tito!

Ma er popolo romano nun ze bbolla,
e quanno semo a ddí, ssor panzanella,
se ne frega de voi co la scipolla.

E a Rroma, sor gruggnaccio de guainella,
ve n’appiccicheranno senza colla
sette sacchi, du’ scorzi e ’na ssciuscella.

14 febbraio 1830 - De Peppe er tosto


15. Ar sor dottore medemo

Ma vvoi chi ssete co sto fume in testa
che mettete catana ar monno sano?
Sete er Re de Sterlicche er gran Zordano,
l’asso de coppe, er capitan Tempesta?...

Chi sete voi che ffate tanta pesta
co’ cquer zeppaccio de pennaccia in mano?
Chi ssete? er maniscarco, er ciarlatano...
se po ssapello, bbuggiaravve a ffesta?

Vedennove specchiavve a ll’urinale,
le ggente bbone, pe’ nun fà bbaruffa,
ve chiameno er dottore, tal’e cquale:

ma mmó vve lo dich’io, sor cosa-bbuffa,
chi ssete voi (nun ve l’avete a male):
trescento libbre de carnaccia auffa.

16 febbraio 1830 - De Peppe er tosto medemo


16. P'er zor dottore ammroscio cafone
Sonetto 3°
A Menico Cianca

Le nespole c’hai conte a cchillo sciuccio
(pe ddillo a la cafona) de dottore,
me le sò ppasteggiate, Menicuccio,
sino a cche m’hanno arifiatato er core.

Vadi a rricurre mo da Don Farcuccio
pe rrippezzà li stracci ar giustacore:
ché a Roma antro che un cavolo cappuccio
pò ppagà ppiù le miffe a st’impostore.

Ma er zor Ammroscio ha ffatto un ber guadaggno
trovanno a ffasse a ccusí bbon mercato
carzoni e ccamisciola de frustaggno:

ché in ner libbro de stampa che mm’hai dato,
be’ cce discessi all’urtimo: Lo Maggno;
e, dde parola, te lo sei maggnato.

Roma, 13 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto


17. Er romito

«Quanno te lo dich’io cachete er core»
me diceva ier l’antro un bon romito;
«in sto monnaccio iniquo e ppeccatore,
nun ze trova piú un parmo de pulito.

Co’ ttre sguartrine io fascevo l’amore
e je servivo a ttutte de marito;
e ppe un oste, uno sbirro e un decrotore
ste porche tutt’e ttre mm’hanno tradito.

Ma io pe ffa vvedé cche mme ne caco,
tutte le sere vado all’osteria,
e ffo le passatelle, e mm’imbriaco.

E ssi la tentazzione m’aripía,
me lo cuscio pe ddio cor filo e ll’aco
quant’è vvero la Vergine Mmaria».

15 febbraio 1830 - De Peppe er tosto - G. G. B.


18. L'ambo in ner carnovale

T’aricordi, compare, che indov’abbito
viení un giorno pe’ sbajjo la bbarella?
Bbe’, all’astrazzione che ss’è ffatta sabbito,
ciò vvinto un ambo a mmezzo co Ttrippella.

E oggi pijjamo a nnolito un bell’abbito,
lui da pajjaccio e io da purcinella,
perché la serva de padron Agabbito
sta allancata de fà ’na sciampanella.

Tu, ccaso che tt’ammascheri da conte,
viecce a ttrovacce all’osteria der Moro,
in faccia a gghetto pe’ sboccà sur ponte.

E ssi mmai Titta pô llassà er lavoro,
portelo co lo sguizzero der Monte,
ché Ggiartruda ne tiè ppuro pe’ lloro.

17 febbraio 1830 - De Peppe er tosto medemo


19. Er guitto in ner carnovale

Che sserve che nun piovi, e cche la neve
nun vienghi a infarinà ppiù le campaggne?
Tanto ’ggnisempre a casa mia se piaggne,
tanto se sta a stecchetta e nun ze bbeve.

Er zor paino, er zor abbate, er greve,
in sti giorni che cqui sfodera e sfraggne:
antro peddío che a ste saccocce caggne
nun ce n’è né dda dà nné da risceve!

Ma ssi arrivo a llevà lo stelocanna,
Madonna! le pellicce hanno da êsse
da misurasse co la mezza canna!

Allora vedi da ste gente fesse,
co ttutta la su bboria che li scanna,
le scappellate pe vviení in calesse!

17 febbraio 1830 - De Peppe er tosto


20. Campa, e llassa campa'

Ma cche ffajòla, Cristo, è diventata
sta Roma porca, Iddio me lo perdoni!
Forche che state a ffà, ffurmini, troni,
che nun scennete a fanne una panzata?

S’ha da vede, per dio, la buggiarata
ch’er Cristiano ha d’annà ssenza carzoni,
manco si cquelli poveri cojjoni
nun fussino de carne bbattezzata!

Stassi a sto fusto a ccommannà le feste,
voría bbe’ mmaneggià li giucarelli
d’arimette er ciarvello in de le teste.

E cchiamerebbe Bbonziggnor Maggnelli,
pe’ ddijje du’ parole leste leste:
sor È, ffamo campà li poverelli.

19 febbraio 1830 - De Peppe er tosto


21. Contro li giacobbini

Nun te pijjà ggatti a ppelà, Ggiuanni;
chi impiccia la matassa se la sbrojji:
stattene a ccasa co li tu malanni,
ché er monno tanto va, vvojji o nun vojji.

Io nun vorrìa sta un cazzo in de li panni
de sti sfrabbica Rome e Ccampidojji
ché er mettese a cozzà ccontro li bbanni
è un mare-maggna tutto pien de scojji.

Sai quanto è mmejjo maggnà ppane e sputo,
che spone a rrepentajjo er gargarozzo
pe ffà strozzate de baron fottuto?

Tù lassa annà a l’ingiú ll’acqua in ner pozzo;
e hai da dí che Iddio t’ha bbenvorzuto
com’e cquarmente t’arimedia er tozzo.

19 febbraio 1830 - D’er medemo


22. Contro er barbieretto de li gipponari

Quer zor chicchera llí ccor piommacciolo
va strommettanno pe’ ccampo de fiore
che ll’asole che ttiengo ar giustacore
Titta er sartore nun l’ha uperte a solo.

Je pijja ’na saetta a ffaraiolo,
je vienghino tre cancheri in ner core!
L’averà fatte lui cor su’ rasore,
facciaccia de ciovetta in sur mazzolo!

...’ggia san Mucchione! ancora nun è nato
chi me pozzi fa a mene er muso brutto
senza risico d’essece ammazzato.

Ma tanto ha da finí che sto frabbutto,
sto fíaccio de cane arinegato
s’ha da cavà la sete cor presciutto.

3 marzo 1830 - De Peppe er tosto - G. G. B.


23. A Menicuccio Cianca

Di’ un po’, ccompare, hai ggnente in condizione
la cuggnata de Titta er chiodarolo?
Be’, ssenti glieri si ccorcò a fasciolo
lo sguattero dell’oste der farcone.

Doppo fattasce auffagna colazione
j’annò cor deto a stuzzicà er pirolo:
figurete quer povero fijjolo
si cce se bbuttò addosso a ppecorone.

Ma mmalappena arzato sù er zipario,
ecchete che per dio da un cammerino
viè ffora er bariscello der Vicario.

Mó ha da sposalla; e ppoi pe ccontentino
s’averà da godé ll’affittuario
che jj’ha fatto crompà ll’ovo e ’r purcino.

1830 - De Peppetto er tosto


24. A li sori anconetani

Ma che teste de cazzo bbuggiarone!
Ve strofinate a iddio che facci piove;
e perché san Ciriàco nun ze move,
je scocciate le palle in priscissione:

e ve lagnate poi si una ’lluvione
de du fiumi che stanno in dio sa dove
vienghi a rubbavve sto corno de bbove
bell’e granne com’è, ttosto e ccojjone!

Ma nun è mmejjo d’avé ppiú cquadrini
e ppiú ggrano e ppiú vvino a la campagna,
che mmagnà nnote pe’ cacà stuppini?

E er sor Davìd che imberta e cce se lagna,
quanno sarà dde llà dda li confini,
l’averà da trovà ’n’antra cuccagna!

Pesaro, maggio 1830 - De Peppe er tosto


25. Er pijjamento d'Argèri
(5 luglio 1830)

Quante sfrisielle a ttajjo e scappellotti!
Quante chicchere a coppia e sventoloni!
Quant’acciacco de chiappe e de cojjoni!
Quant’infirze de schiaffi e de cazzotti!

Poveri Turchi, come sò aridotti
co cquell’arifilate de gropponi!
Beato chi ppô avé ttra li carzoni
un fiasco d’ojjo e un bon caval che ttrotti!

Nun c’è da dí, ppe ssant’Antonio abbate:
li Francesi sò ggente che, Mmadonna!,
sò bboni pe l’inverno e ppe l’istate.

E mmo mmetteno in cima a ’na colonna
er Deo d’Argèri, che vva a ffasse frate,
o vviè a vvenne le pizze a la Ritonna.

20 luglio 1830 - De Peppe er tosto



26. Ar zor Carlo X

Bravo Carluccio! je l’hai fatta ggiusta
pe bbatte er culo e addiventà ccerasa.
Tosto mó! aspetta la bburiana a ccasa
cor general Marmotta de Ragusta.

Ahà! cch’edè, Ccarluccio? nun te gusta
de portà a Ggiggio la chirica rasa?
Drento a le bbraghe te ne fai ’na spasa?
Spada, caroggna! e nnò speroni e ffrusta.

Cor dà de bbarba all’emme, ar zeta e all’Acca,
hai trovo er busse, e sti quattro inferlicchese
che tt’hanno aruvinato la bbaracca.

Chi ar Monno troppo vô, nnun pijja nicchese;
e ttu ppe llavorà a la pulignacca,
hai perzo er trono, e tt’è rrimasto? un icchese.

Roma, 15 agosto 1830 - De Peppe er tosto


27. Pe la Madonna de l’Assunta festa e Comprïanno de mi’ mojje

Mojje mia cara, a sto paese cane
nun ze trova nemmanco a fà a sassate;
e cquanno hai crompo un moécco de patate,
fai passo ar vino e cquer ch’è peggio ar pane.

Io pisto er pepe, sòno le campane,
rubbo li gatti, tajjo l’oggna a un frate,
metto l’editti pe le cantonate,
cojjo li stracci e agliuto le ruffiane.

Embè lo sai ch’edè cche cciariscévo?
Ammalapena pe ppagacce er letto:
anzi, a le du’ a le tré, spallo e cciarlèvo.

Duncue che tt’ho da dà, ppòzzi èsse santa?
Senza cudrini ggnisun chirichetto
disce Dograzzia e ggnisun ceco canta.

Roma, 15 agosto 1830 - De Peppe er tosto


28. Pe le Concrusione imparate all’ammente dar sor avocato Pignòli Ferraro co tutti l’antri marignani der conciastoria


Ne l’annà glieri a venne ar pellegrino
li fibbioni d’argento de Maria,
vedde er porton de la Cancellaria
zeppo de gente come un butteghino.

Vorzi entrà drento; e, de posta, ar cudino
riconobbe er regazzo de mi fìa,
po’ er cappanera e tutta la famía
de Bonsignor der Corso fiorentino.

Che belle ariverèe co li galloni!
Quante carrozze, corpo de la pece!
Che ccavalli pe ddio! tutti froscioni!

C’era un decane a sede s’una sedia.
Je fece: «Che cciavemo?». E lui me fece:
«Sor Peppe, annate su: c’è la commedia».

18 agosto 1830 - De Peppe er tosto


29. Ar sor Avocato Pignòli Ferraro


Chi ne sapeva un cazzo, sor Tomasso,
che parlavio todesco in sta maggnera?
E me vorría peddio venne in galera,
si su cquer coso nun parevio l’asso.

Li Marignani che staveno abbasso
cor naso pe l’inzú, fanno moschiera;
perché propio dicessivo jerzéra
certe sfilate che nemmanco er Tasso.

E come er predicà nun fussi gniente
ce partite cor Santo e cor sonetto,
da fà viení a l’invidia un accidente.

Quello però che ve vò fà canizza,
è la gola de quarche abbatinetto
c’averà da restà senza la pizza.

18 agosto 1830 - De Peppe er tosto


30. Er gioco de calabbraga

S’er mi fio ciuco me porta lo stocco,
Titta, ciabbuschi quant’evvero er papa.
No, un cazzo, un accidente, sora crapa.
Alò, famo moschiera, o v’aribbocco.

Bè, sentímece l’oste: «Ah padron Rocco,
fate capace sta coccia de rapa.
Dite, è vvero che l’asso nun se capa?»
Ahàa! lo senti? oh caccia mo er bajocco.

Aù! nun pòzzo abbozzà più nun pòzzo.
Sentime, Titta, si tu no lo cacci,
va che mommó te lo fo uscí dar gozzo?

Ah fugghi, guitto? fugghi? accidentacci!
Sciòo, va’ in ghetto a impegnatte er gargarozzo
pe ddí stracci ferracci chiò scherpacci.

Roma, 19 agosto 1830 - De Peppe er tosto


31. Er gioco der lotto

M’è pparzo all’arba de vedé in inzògno,
cor boccino in ner collo appiccicato,
quello che glieri a pponte hanno acconciato
co ’no spicchio d’ajjetto in zur cotogno.

Me disceva: «Tiè, Ppeppe, si hai bbisogno»;
(e ttratanto quer bravo ggiustizziato
me bbuttava du’ nocchie in zur costato):
«sò ppoche, Peppe mio, me ne vergogno».

Io dunque ciò ppijjato oggi addrittura
trentanove impiccato o cquajjottina,
dua der conto, e nnovanta la pavura.

E cco la cosa che nnemmanco un zero
ce sta ppe nnocchie in gnisuna descina,
ho arimediato cor pijjà Nnocchiero.

19 agosto 1830 - De Peppe er tosto


32. Devozzione pe vvince ar lotto
Non tutto ciò che qui si dice è vero, né la gran parte di vero si annette tutta alla reale superstizione del lotto; ma si è voluto da me raccogliere quasi in un codice il vero insieme e il verisimile in relazione di quel che so e in compenso di quanto non so (ch’è pur molto) intorno alle matte e stravolte idee che ingombrano le fantasie superstiziose della nostra plebaglia.

Si vvo’ un terno sicuro, Titta mia,
senti com’hai da fane: a mezza notte
méttete immezzo ar cerchio de ’na botte
co ttre requiameterne ar Nocchilia.

Pe strada attacca cento avemmaria,
chiamanno a ignuna la mojje de Lotte;
e pe ccaccià Berlicche co Starotte,
di’ er Verbuncàro e er Nosconproleppia.

Doppo ditto tre vorte crielleisonne
e pe ttre antre groria in cersideo,
di’ Bardassarre, Gaspero e Marchionne.

E si vicino a te passa un abbreo,
fa’ lo scongiuro a la barba d’Aronne,
pe ffà crepà quer maledetto aeo.

Un agnusdeo
méttece appresso e sette groliapadri
p’er bon ladrone e l’antri boni ladri.

Trovanno quadri
co la lampena accesa a la Madonna,
di’ un deprofunni all’anima de Nonna.

Si quarche donna
te toccassi la farda der landao,
fajje er fichetto, e dijje: Maramao.

Si senti Gnao,
è bonugurio, Titta; ma si senti
strillà Caino, risponni: accidenti.

Porta du’ denti
legati cor un fir de seta cruda,
zuppa de bava de lumaca ignuda.

Rinega Giuda
igni quinici passi; e ar deto grosso
de manimanca tiè attaccato un osso

de gatto rosso.
Coll’antra un cerchio d’argento de bollo
tiecce e una spina de merluzzo ammollo.

Méttete in collo
la camisciola c’ha portato un morto
co cquattro fronne de cicoria d’orto.

E si ’n’abborto
pòi avé de lucertola d’un giorno,
tiello in zaccoccia cotto prima ar forno.

Buschete un corno
de bufolino macellato in ghetto
c’abbi preso er crepuscolo sur tetto.

Cor un coccetto
de pila rotta in culo a ’na roffiana
raschielo tutto ar son de la Campana.

Da ’na mammana
fatte sbruffà la raschiatura in testa
cor pizzo der zinale o de la vesta.

Magna ’na cresta
de gallo, e abbada che nun sii cappone
si nun te vòi giucà la devozzione.

E in un cantone
di’ tre vvorte, strappannoce tre penne,
«Nunchetinòva morti nostri ammenne».

Poi hai d’accenne
tre moccoli, avviati a la parrocchia,
sur un fuso, un vertecchio e ’na conocchia.

Appena scrocchia
quella cera in dell’arde, alegri Titta:
svortete allora subbito a man dritta.

Già te l’ho ditta
la devozzione c’hai da dí pe strada
ma abbada a nun sbajjà, Titta, ve’! abbada.

Come ’na spada
tira de longo insino a santa Galla,
e lí affermete, e tocchete ’na palla.

Si cquella è calla
tocchete l’antra; e come ’n’addannato
poi curre a San Giuanni Decollato:

e a ’n’impiccato
ditta ’na diasilletta corta corta
buttete a pecorone in su la porta.

La bocca storta
nun fà si senti quarche risponsorio:
sò l’anime der santo purgatorio.

A San Grigorio
promette allora de fà dí ’na messa
pell’anima d’un frate e ’na bbadessa.

‘Na callalessa
è der restante: abbasta de stà attento
a gni rimore che te porta er vento.

O ffora, o ddrento,
quello che pòi sentí tiello da parte,
eppoi va’ a cerca in der libbro dell’arte.

Viva er Dio Marte:
crepi l’invidia e er diavolo d’inferno,
e buggiaratte si nun vinchi er terno!

20 agosto 1830 - De Peppe er tosto


33. L’astrazzione

Tiràmese a ppiú in là, ché cquì la gujja
ciarippara de vede er roffianello...
Varda, varda, Grigorio, mi’ fratello
che s’è mmesso a intignà cco la patujja!

Mosca! Er pivetto arza la mano, intrujja
mo in de le palle... Lesto, eh bberzitello.
Ecco ecco che lleggheno er cartello:
ch’edè? Ccinquantasei! senti che bbujja!

Je la potessi fà, sangue de ddina!
Sor cazzo, vorticamo er bussolotto.
Ch’edè? Ttrenta! Ce ll’ho ddrento a l’ottina.

Diesci! ggnente: Sei! ggnente: Discidotto!
ggnente. Peddio! nemmanco stammatina?
Accidentacci a chi ha inventato er lotto.

20 agosto 1830 - De Peppe er tosto


34. Er gioco der marroncino
E CCE GGIUCHENO: ROSCIO, NINO, VA’ -A-MMETE, ER PAINO E ER GIACCHETTO

Roscio - Aó, ttrattanto che ss’appara er prete volemo dà ddu’ botte a mmarruncino?
Giacchetto - A ppagà.
Nino - A ggode.
Giacchetto - Come se’ attacchino!
Nino - Tirate er fiato a voi.
Giacchetto -  Che ddichi? Hai sete?
Roscio - Eh zitti, buggiaravve a quanti sete! Su, aló, fammo la conta: pe dda Nino. … Venti. Una, dua, tre… tocca ar paíno. Po’ Nino, po’ viengh’io, po’ tu e Vva’ -a-mmete
Paino - Er boccio a mé – De cqui. – Senza giuchetti.
Nino - Senza strucchietti,
Roscio - E ttiro pe llevà
Giacchetto - No ppe strucchià …
Va’ -a-mmete - Dí, aó, dove te metti?
Giacchetto - San guercino.
Va’ -a-mmete - Va’ ar zegno.
Giacchetto - E nnun sta cqua?
Va’ -a-mmete - Accidentacci a tutti li ggiacchetti! Quanto se’ fesso! er zegno eccolo llà.
Giacchetto - Ma cciài da capità un giorno o ll’antro ggiú ppe borgo-novo…
Va’ -a-mmete - Mo sta a mmene. – Accusí mme l’aritrovo.
Nino - Fermete.
Va’ -a-mmete - Nun me movo.
Nino - Sò pprimo.
Roscio - Sò ssiconno.
Va’-a-mmete - Io terzo.
Giacchetto - Io cuarto.
Paino - Io cuinto.
Nino - Eh nnun fà er mucchio tant’in arto.
Paino - Che, ttienete l’apparto de queli siti che vve pare a vvoi?
Nino - Be’, schiaffelo peccristo indove vòi
Giacchetto - Batte.
Roscio - … Dégheta! A noi: vedemmo un po’ ssi cce so cojje io…
Giacchetto - Tu nnun hai smosso er mezzo-bboécco mio.
Roscio - Pòzzi morí ttu’ zio, chi arifiata? E ttu arza: sce vô tanto?
Giacchetto - Arma.
Va’-a-mmete - Santo.
Paino - Io vojjo arma.
Roscio - Arma.
Nino - E nnoi santo.
Roscio - Mezzo e cche ssí.
Paino - De cuanto?
Giacchetto - Arzo, tiengo da Roscio, e ffo dde dua.
Paino - Frulla, madetta l’animaccia tua. …Ah pporcaccio de ua! Cor carcio farzo? Gargantacci neri.
Va’ -a-mmete - Tu vo’ fà curre li carubbigneri?
Paino - Vôi rubbà come gglieri?
Giacchetto - Mommó ll’hai da sentí si che cconnessa…
Roscio - Oé! er chirico sona: annamo a mmessa.

22 agosto 1830 - De Peppe er tosto


35. La bonidizzione der Sommo Pontescife

Curre, peccrisse, curre, Gurgumella,
che ggià er Papa ha dda èsse in portantina.
Eh ssi nun spiggni ppiú, Ddio serenella!,
ciarrivamo er crepìnnisci a mmatina.

Monta dereto a cquarche ccarrettella,
s’hai la guallera gonfia o er mal d’orina
M’hanno acciaccato come ’na frittella
Mancomale: ecco cqua la Strapuntina.

Senti ch’è usscito ggià dda sagristia
er Santo Padre, e mmommó vva ar loggione?
Oé! vvarda laggiù che parapìa!

Ma ddirebb’io: si la bbonidizzione
tutte le zelle nostre s’aripìa,
chi più grossi li fa, meno è cojjone.

Roma, 21 agosto 1830 - De Peppe er tosto


36. Li scrupoli de l’abbate

Un’antra cosa voria mó ssapé,
si er cristiano in cusscenza er venardí
pòzzi maggnà ddu’ stronzi cor culí
senza fà male, e, ssi lo fa, pperché.

Lo so che vvoi me risponnete a mmé
che la robba che scappa pe dde cqui,
robba de magro nun ze pò mmai dí,
si nun volemo chiamà Ccappa er Cé.

Ma ffateme un tantin de carità,
come pò addiventà de grasso, pò,
er tarantello, er tonno, er baccalà?

Io, sor abbate, credería de no:
ma ssi cciavete scrupolo a mmaggnà,
maggnate puro e io poi v’assorverò.

24 agosto 1830 - De Peppe er tosto


37. Assenza nova pe li capelli

Vôi sentí un fatto de Tetaccia storta,
la mojje de Ciuffetto er perucchiere?
Ciaggnéde cuer paíno der drughiere,
pe comprasse un tantin de beggamorta.

La bbirba stiede un po’ ddrento a ’na porta
indove tiè ccerte boccette nere;
poi scappa e disce: «Oh cqueste sí ssò vvere!
Tiè, odora: ah! bbenemio!, t’ariconforta».

Lesta attappò er buscetto cor turaccio,
e ariscosso un testone de moneta,
mannò a ccasa contento er gallinaccio.

Ma ssai che cce trovò? ppiscio de Teta;
che ppe ggabbà cquer povero cazzaccio
s’era messa l’odore in ne le deta.

24 agosto 1830 - De Peppe er tosto


38. Campo vaccino

(Sonetti 4)


Mannataro - Guarda, Ghitano mia: eh? ddi’, te piasce?
Ghitano - Che ggrannezza de Ddio! che ffrabbicona
Mannataro - Nun è piú mmejjo de piazza navona?
Ghitano - Antro! E ccome se chiama?
Mannataro - Er Temp’in pasce. Senti, Ghitano, t’hai da fà ccapasce che, ppe sta robba, cquì nun ze cojjona
Ghitano Nun fuss’antro la carcia
Mannataro Bbuggiarona! E li mattoni? Sai quante fornasce!

Ghitano E cqua chi cciabbitava, eh sor Grigorio?
Mannataro Eh! ttanta gente: e tutti ricchi, sai? Figurete che gguitto arifettorio!

Ghitano Che ppalazzone! nun finissce mai!
Mannataro Che? Annava a la salita de Marforio prima ch’er turco nun je dassi guai.

24 agosto 1830 - De Peppe er Tosto


39. Campo vaccino



Le tre ccolonne llí viscino ar monte,
dove te vojjo fà passà tte vojjo,
furno trescento pe ffà arregge un ponte
dar culiseo ’nsinenta a Ccampidojjo.

A mmanimanca adesso arza la fronte:
lassú Ttracquinio se perdette er zojjo,
e ppoi Lugrezzia sua p’er gran cordojjo
ce fesce annà la bbarca de Garonte.

Vortanno er culo a cquele tre ccolonne,
mó annamo all’arco de la vacca e ’r toro;
ma ssi ne vedi dua nun te confonne.

In quello ciuco se trovò er tesoro:
l’antro è l’arco de Ggiano quattrofronne,
che un russio vô crompallo a ppeso d’oro.

25 agosto 1830 - De Peppe er tosto


40. Campo vaccino



A cquer tempo che Ttito imperatore,
co ppremissione che jje diede Iddio,
mové la guerra ar popolo ggiudio
pe ggastigallo che ammazzò er Ziggnore;

lui ridunò la robba de valore,
discenno: «Cazzo, quer ch’è dd’oro, è mmio»:
e li scribba che faveno pio pio,
te li fece snerbà ddar correttore.

E poi scrivette a Rroma a un omo dotto,
cusí e ccusí che frabbicassi un arco
co li cudrini der gioco dell’otto.

Si ce passònno li ggiudii! Sammarco!
Ma adesso prima de passacce sotto
se faríano ferrà ddar maniscarco.

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto


41. Campo vaccino



Sto cornacopio su le spalle a cquello
che vviè appresso a cquell’antro che vva avanti,
c’ha ssei bbracci ppiú longhi, e ttutti quanti
tiengheno immezzo un braccio mezzanello;

quello è er gran Cannelabbro de Sdraello,
che Mmosè ffrabbicò cco ttanti e ttanti
idoli d’oro che ssu ddu’ lionfanti
se portò vvia da Eggitto cor fratello.

Mó nnun c’è ppiú sto Cannelabbro ar monno.
Per èsse, sc’è; ma nu lo gode un cane,
perché sta ggiù in ner fiume a ffonno a ffonno.

Lo vôi sapé lo vôi dov’arimane?
Viscino a pponte-rotto; e ssi lo vonno,
se tira sú pper un tozzo de pane.

10 settembre 1830 - D’er medemo


42. Er Moro de Piazza–Navona

Vedi llà cquela statua der Moro
c’arivorta la panza a Ssant’aggnesa?
Ebbè, una vorta una Siggnora ingresa
la voleva dar Papa a ppeso d’oro.

Ma er Zanto Padre e ttutto er conciastoro,
sapenno che cquer marmoro, de spesa,
costava piú zzecchini che nun pesa,
senza nemmanco valutà er lavoro;

je fece arrepricà ddar Zenatore
come e cquarmente nun voleva venne
una funtana de quer gran valore.

E cquell’ingresa che ppoteva spenne,
dicheno che cce morze de dolore:
lusciattèi requia e scant’in pasce ammenne.

25 agosto 1830 - De Peppe er tosto

43. Tempi vecchi e ttempi novi

Ar zu’ tempo mi’ nonno m’aricconta
che nun c’ereno un cazzo bbagarini,
se vedeva ggiucà co li quartini
a ppiastrella, e a bbuscetta: e mmó sse sconta.

L’ova in piazza, s’aveveno a la conta
cento a ppavolo e ssenza li purcini:
la carne annava a ssedici cudrini
ar mascello, e ddua meno co la ggionta.

Er vino de castelli e dder contorno
era caro a un lustrino pe bbucale
e ott’oncia a bboecco la paggnotta ar forno.

E mmó la carne, er pane, er vino, er zale,
e ll’accidenti, crescheno ’ggni ggiorno.
Ma ll’hai da vede che ffinisce male.

Roma, 25 agosto 1830 - De Peppe er tosto

44. Er funtanone de Piazza Navona

Quann’era vivo er nonno de la zia
der compare der zoscero de Nina,
cqua da Piazza Navona a Tormellina
ciassuccesse un tumurto e un parapîa.

Pe ccausa che un’orrenna carestia
de punt’in bianco un giuveddí a mmatina
mannò a cquattro bboécchi la vaccina
senza nemmanco dì Ggesú e mmaria.

T’abbasti a ddí cch’edè la ribbijjone,
che ccor una serciata a cquer pupazzo
je fesceno sartà nnetto er detone.

Chi ddà la corpa a un boccio, chi a un regazzo:
ma er fatt’è cche cquell’omo ar funtanone
pare che ddichi: A vvoi; quattro der cazzo!

10 settembre 1830 - Der medemo

45. CAPA

Ma cche tte ne vôi fà dde sta schifenza
bbastardaccia d’un mulo e dde ’na vacca?
Si ccerchi l’arma de ’na bona stacca,
te la trov’io, che ce pôi stà in cuscenza.

Quella ha un buscio, peddìo, ch’è ’na dispenza,
cqua cce trovi un buscetto che tte stracca:
co cquesta se dà ssotto e sse panacca,
coll’antra fai peccato e ppenitenza.

La tua? Madonna! nun tiè mmanco chiappe,
e cquer pellame mosscio che jje penne,
je fa immezzo a le cossce er lippe-lappe.

Ma dde culo la mia sce n’ha dda venne;
je scrocchieno le zinne com’e ffrappe;
e cquer ch’è ppiú da dí, nnun ce se spenne.

25 agosto 1830 - Der medemo


46. Maggnera vecchia pe ttiggne la lana nova

Jerzéra er mi’ padrone co cquer callo
vorze annà a l’accademia tibburtina,
pe ssentí a rescità ’na rajjatina
d’un Zomaro che cqui ccanta da Gallo.

Avanti a ’na garafa de cristallo,
tra ddu’ cannéle de ceraccia fina,
se messe quer cazzaccio in cremesina
a inzeggnà a ttiggne er rosso, er nero, er giallo.

Pe ddà mmejjo a la lana oggni colore
cià un zegreto quer fijjo de puttana,
che lo sa ’ggni regazzo de tintore.

Ma ddicheno che ll’antra settimana
je l’abbi commannato un Monziggnore,
discenno: «Tocca a vvoi, sor bona-lana».

1830 - De Peppe er tosto

47. CAMPIDOJJO

Ecchesce ar Campidojjo, indove Tito
venné a mmercato tanta ggente abbrea.
Questa se chiama la rupa tarpea
dove Creopatra bbuttò ggiú er marito.

Marcurèlio sta llà ttutto vestito
senza pavura un cazzo de tropea.
E un giorno, disce er zor abbate Fea,
c’ha da èsse oro infinamente a un dito.

E si ttu gguardi er culo der cavallo
e la faccia dell’omo, quarche innizzio
già vederai de scappà ffora er giallo.

Quanno è poi tutta d’oro, addio Donizzio:
se va a ffà fotte puro er piedistallo,
ché amanca poco ar giorno der giudizzio.

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

48. Li cattivi ugùri
Sonetti tre


Sò le corna d’Aronne! De sti fatti
tu nu ne sai nemmanco mezza messa.
Lo vôi sapé pperché a Lluscia l’ostessa
j’anno arubbato tutt’e ttre li gatti?

Lo vòi sapé pperch’ha ddu’ fijji matti?
Perché ha pperza cor prete la scommessa?
Perché er curiale pe ’na callalessa
j’ha maggnato la dota a ttutti patti?

Lo vôi sapé pperché jj’è mmorto l’oste?
Perché ll’antra ostaria de zi’ Pasquale
j’è arivata a llevà ttutte le poste?

È pperché un anno fa dde carnovale
ner conní ll’inzalata e ll’ova toste,
svorticò la luscerna e sverzò er zale.

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

49. L’oste a ssu’ fijja


Povera ggente! Uhm! ponno chiude casa,
si ssopra scià cantato la sciovetta:
se ponno aspettà ppuro una saetta,
come si ffussi un osso de scerasa.

Nun lo vedi quer cane com’annasa?
Che seggn’è? la commare che tt’aspetta.
E nnun zò cciarle: che ggià gglieri a Bbetta
j’ha sparato la frebbe, e jj’è arimasa.

Eh ssi a mmettese addosso a ’na famijja
viè la sciangherangà, bz, bbona notte:
sce fioccheno li guai co la mantijja.

Mo vva a mmale un barile, oggi una bbotte,
domani la cantina; e vvia via, fijja,
pe sta strada che cqui tte va’ a ffà fotte.

10 settembre 1830 - Der medemo

50. Lo sposalizzio de Tuta


Ma cce voi fà un bucale, che Ggiartruda
nun passa un mese o ddua che sse ne pente?
Tu ste parole mia tiettele a mmente,
e nun te bburlo quant’è vvero Ggiuda.

Di’: cquann’è ccotto l’ovo? quanno suda.
Chi ccommanna a l’urione? er Presidente.
Ch’edè ar muro sta strisscia luccichente?
Cià ccamminato la lumaca iggnuda.

Er monno lo conosco, sai Ggiuvanni?
Si sposa venardí Ttuta Bber-pelo
sce s’abbusca ’na frega de malanni.

Né de Venere, cazzo, né de Marte
(e li proverbi sò ccom’er Vangelo),
nun ze sposa, peccristo, e nnun ze parte.

10 settembre 1830 - De Peppe er tosto

Belli Giuseppe Gioachino

Tutti i Sonetti Romaneschi Volume 1

Introduzione
01. Lustrissimi: co’ questo mormoriale
02. A Pippo de R...
03. A la sora Teta che pijja marito
04. Ar sor Longhi che pijja mojje
05. Alle mano d’er sor Dimenico Cianca
06. Reprìca ar sonetto de Cianca de li quattro d’agosto 1828
07. Er pennacchio
08. L’aribbartato
09. Er civico
10. Peppe er pollarolo ar sor Dimenico Cianca
11. Pio Ottavo
12. A Compar Dimenico
13. Nunziata e ’r Caporale; o Contèntete de l’onesto
14. Ar dottor Cafone
15. Ar sor dottore medemo
16. P’er zor dottore ammroscio cafone
17. Er romito
18. L’ambo in ner carnovale
19. Er guitto in ner carnovale
20. Campa, e llassa campà
21. Contro li giacobbini
22. Contro er barbieretto de li gipponari
23. A Menicuccio Cianca
24. A li sori anconetani
25. Er pijjamento d’Argèri
26. Ar zor Carlo X
27. Pe la Madonna de l’Assunta festa e Comprïanno de mi’ mojje
28. Pe le Concrusione imparate all’ammente dar sor avocato Pignòli Ferraro co tutti l’antri marignani der conciastoria
29. Ar sorAvocato Pignòli Ferraro
30. Er gioco de calabbraga
31. Er gioco der lotto
32. Devozzione pe vvince ar lotto
33. L’astrazzione
34. Er gioco der marroncino
35. La bonidizzione der Sommo Pontescife
36. Li scrupoli de l’abbate
37. Assenza nova pe li capelli
38. Campo vaccino
39. Campo vaccino
40. Campo vaccino
41. Campo vaccino
42. Er Moro de Piazza–Navona
43. Tempi vecchi e ttempi novi
44. Er funtanone de Piazza Navona
45. Capa
46. Maggnera vecchia pe ttiggne la lana nova
47. Campidojjo
48. Li cattivi ugùri
49. L’oste a ssu’ fijja
50. Lo sposalizzio de Tuta

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