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Il toponimo della via è assai incerto. Alcuni accademici credono che l'etimologia provenga dalla contrazione volgare di Marisgutia, cioè Goccia di Mare, eufemismo gratificante di un fetente ruscello che dalla villa dei Pincii scendeva e finiva nel Tevere, una cloaca naturale insomma. Altri cronisti, recentemente, sostengono che il nome derivi dalla famiglia Marguti: in effetti, dal censimento del 1526, risulta che un tal Luigi Marguti, di professione barbiere, abitasse nella via. Via Margutta, all'origine, era soltanto il retro dei palazzi di via del Babuino, dove si posteggiavano le carrozze e i carretti e dove si trovavano i magazzini e le scuderie. Sulle pendici della collina, piccole case di stallieri, muratori, marmisti, cocchieri e nel viottolo l'attività degli operai aveva maggior spazio che non nei cortili gentilizi dei palazzi. Dobbiamo all'ignoto artista che istituì la prima bottega dove si facevano ritratti e fontane invece che fregi e ringhiere, la fiorente migrazione degli artisti (per lo più stranieri, fiamminghi, tedeschi, inglesi ma anche italiani forestieri) che sostituirono case e giardini a baracche e stalle. Un giovane monsignore di origine belga, Saverio de Merode, un faccendiere del Vaticano in simpatia a Pio IX, avvertì l'aria di cambiamento: si accaparrò i territori delle pendici, smantellò gli orti, impiantò le fogne e sistemò il piano regolatore del vicolo che diventò una strada. È certamente una strada particolare, dove sembra di respirare aria priva di smog, e sin dal suo delinearsi, attorno alla seconda metà del Cinquecento, mostrò il suo aspetto di "strada fuori porta", profumata dal verde dei giardini e delle vigne, e per questo tanto amata dagli artisti, pittori, scultori, antiquari, anche se oggi tanti di questi studi sono divenuti abitazioni private. La foto 1 mostra un bellissimo editto del 9 settembre 1740 (e qualcosa) affisso su un muro della via, dove si legge: "D'ordine di Mons.re Rev.imo Presidente delle Strade -