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Via di S.Giovanni Decollato

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1 S.Eligio de' Ferrari
2 Stemma dell'Università dei Ferrari
3 Portone con iscrizione e stemma dei Ferrari
4 Casa Pierleoni
5 Stemma dei Pierleoni


Il toponimo di via di S.Giovanni Decollato deriva dalla chiesa omonima (
nella foto sopra), che a sua volta prese il nome dall'Arciconfraternita fiorentina della Misericordia di S.Giovanni Decollato, alla quale, nel 1488, papa Innocenzo VIII concesse di costruire una chiesa su quella preesistente denominata S.Maria de Fovea (o della Fossa). L'Arciconfraternita  iniziò così a svolgere anche a Roma la propria opera di carità, che consisteva nel confortare i condannati a morte per decapitazione e nella cura della sepoltura dei cadaveri. Alla vigilia di un'esecuzione, sul far della sera, i confratelli uscivano dalla chiesa di S.Giovanni Decollato e, avvolti in neri mantelli, si dirigevano verso il carcere di Tor di Nona o di Corte Savella: in una Roma deserta e buia, il loro cammino era accompagnato dal lume di una candela e dal suono di una campanella, che annunciava alla gente che l'indomani un uomo sarebbe stato giustiziato. Nelle fredde segrete del carcere iniziava la lunga veglia notturna. Dopo l'esecuzione, i corpi dei giustiziati che morivano "in pace con Dio" venivano sepolti dai confratelli, non prima di averne mozzato le teste, che venivano poi date alle fiamme il 24 giugno di ogni anno, in occasione della festa di S.Giovanni Battista, morto appunto con il taglio della testa. Nel chiostro della chiesa vi sono tuttora le sette botole che consentivano l'accesso alle tombe dei giustiziati, attraverso le quali i confratelli facevano passare i corpi, sei per gli uomini e una per le donne, coperte da chiusini di marmo, sui quali era scritto: "Domine, cum veneris judicare, noli me condemnare", cioè "Signore, quando vieni a giudicare, non condannarci". Ogni 29 di agosto, giorno del ritrovamento della testa del Battista, la Confraternita aveva il privilegio di liberare un condannato a morte: a testimonianza di ciò resta, nel piccolo museo, l'abito rosso che i confratelli facevano indossare al prigioniero liberato e l'urna che conteneva le fave bianche e quelle nere, che servivano per scegliere il fortunato che avrebbe avuto salva la vita, in quanto vinceva il condannato che aveva più fave nere. Secondo una leggenda le popolane romane si riunivano davanti alla chiesa, dopo la mezzanotte, per pregare le anime dei giustiziati di rivelare loro i numeri vincenti del Lotto. Nella "camera storica" dell'Arciconfraternita vi sono documenti e cimeli rarissimi che testimoniano di secoli bui, costellati di processi, patiboli e roghi: vi sono il cesto ove si raccoglieva la testa del giustiziato per mannaia e che accolse anche quella, bellissima, di Beatrice Cenci; la condanna a morte, affissa ad una parete, di Giordano Bruno; il grande crocifisso che apriva i cortei diretti al patibolo e la barella con cui i confratelli riportavano il corpo del giustiziato. Innumerevoli gli oggetti esposti nelle vetrine: le cappe nere dei confratelli e le coperte che li riparavano dai rigori delle veglie in carcere, le fiaschette per l'aceto ed il vino greco da dare al condannato, le custodie di cuoio per i fogli sui quali il reo dettava le sue ultime volontà, le corde per calare i corpi degli impiccati ed il coltello per recidere il laccio. Testimonianza eccezionale sono anche i registri conservati nell'edificio quattrocentesco dell'Arciconfraternita: figure di eretici, assassini, malfattori o presunti tali, con le loro vicende drammatiche, in uno spaccato della società romana di secoli dominati dallo strapotere delle famiglie patrizie e dalla onnipresenza del papa e della sua corte. Esempio eccellente ne è il resoconto del triste cerimoniale che accompagnò l'ultima giornata dei Cenci o di tal Pascale, "heretico impenitente, luterano perfido" che fu condotto in Ponte (S.Angelo) e "abruciato", come scrive l'amanuense. L'oratorio, restaurato nel 1950 e sede attualmente dell'Arciconfraternita, è decorato con un ciclo di affreschi che illustrano la vita di S.Giovanni Battista, opera dei principali manieristi fiorentini, Jacopino del Conte e Francesco Salviati. La chiesa si presenta con una facciata in laterizio divisa da quattro paraste doriche sostenenti l'alto timpano: al centro è situato il bel portale cinquecentesco sormontato da un finestrone semicircolare e da due nicchie. Sull'altro lato della via sorge un'altra chiesa, S.Eligio de' Ferrari (nella foto 1), più comunemente detta S.Alo o S.Anigro, costruita nel 1513 dall'Università dei Ferrari sulle rovine della chiesa di S.Giacomo d'Altopascio ed annessa all'omonimo ospedale fondato dai toscani: sul portale e sul soffitto si può vedere ancora l'antico stemma in marmo (nella foto 2), un'incudine ed un martello, con la scritta Universitas Fabrorum. La chiesa, dedicata al santo protettore degli artigiani, S.Eligio di Noyon, si presenta con una facciata in laterizio scandita da coppie di lesene su basi di travertino e con il busto del Santo inserito sopra il bel portale con timpano triangolare. L'interno, a navata unica, è molto ricco, con un bel soffitto a lacunari in legno e stucco dorato del XVII secolo; presso l'altare del presbiterio si trova una Madonna in trono, S.Giacomo ed i vescovi Eligio e Martino del Sermoneta. In un reliquario è conservato un frammento del braccio di S.Eligio; vi ha sede anche un piccolo museo di paramenti ed arredi sacri del Seicento e Settecento. Usciti dalla chiesa, al vicino civico 9, si può notare l'iscrizione dell'Università dei Ferrari, DOMUS SOCIETATIS S ELIGI UNIVERSITATIS FABRORU(M) DE URBE, accompagnata dal relativo stemma che si ripete anche al centro della lunetta in ferro battuto sovrastante il portone (nella foto 3). Al n° 20 della via sorge l'unica casa rimasta dei numerosi palazzetti posseduti nella zona dai Pierleoni, ricca famiglia romana di origine ebraica, proprietri anche della vicina Torre dell'isola Tiberina. Questa casa medioevale (nella foto 4) fu ampiamente rimaneggiata tra il 1935 ed il 1940 dal proprietario di allora, l'architetto Antonio Muñoz; le mura in tufo sono scomparse ma sono rimaste le graziose finestre a bifore e trifore, mentre sul portale al pianterreno si può ancora ammirare lo stemma dei Pierleoni (nella foto 5).


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