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La fontana di Trevi è certamente la più scenografica e la più nota tra le fontane di Roma e costituisce la mostra dell'Acqua Vergine, l'acquedotto che Marco Vipsanio Agrippa condusse a Roma nel 19 a.C. per alimentare le sue Terme. In quella che sarà poi l'odierna "piazza di Trevi", Agrippa posizionò una delle fontane minori dell'acquedotto, costituita da tre vasche di raccolta, affiancate ed addossate ad un edificio. In un periodo non precisato, ma comunque dall'VIII secolo in poi, come documentato da un antico itinerario romano dell'epoca, l'acquedotto subì un'interruzione e la "fontana minore" divenne la fontana terminale dell'Acquedotto Vergine. Durante il Medioevo l'acqua di Trevi era controllata dai "marescalchi" della Curia capitolina che avevano il compito, una volta al mese, di accertarsi che nessun privato cittadino sfruttasse la fonte ad uso personale. Inoltre l'accesso alla fonte era protetto da una cancellata onde regolare l'afflusso della popolazione e degli "acquaroli", che riempivano interi barili d'acqua che poi rivendevano a domicilio. Le tre vaschette rimasero così fino al 1453, allorché Niccolò V diede incarico a Leon Battista Alberti di restaurare la fonte: in questa occasione furono tolte le tre vasche e sostituite con un unico vascone, pur lasciando le tre grosse bocche d'acqua. Al centro del prospetto, al di sotto dello stemma pontificio e di altri due più piccoli del Popolo Romano, era situata una grossa iscrizione, che, grazie ad alcuni disegni pervenuti fino a noi, così diceva: "Nicolò V Pont. Max. dopo aver arricchito l'Urbe di monumenti insigni, a sue spese fece restaurare ed ornare splendidamente il fatiscente condotto dell'Aqua Vergine nell'anno 1453, settimo del suo pontificato". Dei tre getti d'acqua, quello centrale era costituito da un vaso con tre protomi leonine, che gettavano l'acqua nell'ampia vasca sottostante. La fontana iniziò a chiamarsi "di Trejo" perché situata nella località detta "dello Trejo", in riferimento al "Trivio" (cioè l'incrocio di tre vie) che corrispondeva all'attuale piazza dei Crociferi: il passo da "Trejo" a "Trevi" fu breve. Nel 1562 toccò a Pio IV risolvere un altro problema, quello legato all'acqua: in questa occasione l'acquedotto fu ricollegato alla sorgente originaria e così il 16 agosto 1570, davanti ad una folla acclamante, l'Acqua Vergine tornò a sgorgare dalla fontana di Niccolò V, interamente restaurata da Giacomo Della Porta. La fontana iniziò a prender corpo con Urbano VIII (1623-44), il quale decise di sostituirla con una fontana grandiosa e di questa opera incaricò il Bernini. Questi presentò diversi progetti, tutti costosissimi, a causa dei quali papa Barberini aumentò talmente le tasse sul vino che Pasquino sentenziò: "Per ricrear con l'acqua ogni romano / di tasse aggravò il vino papa Urbano". Ma papa Urbano VIII fece di peggio: diede al Bernini un permesso scritto per demolire "...un monumento antico, di forma rotonda, di circonferenza grandissima e di bellissimo marmo presso S.Sebastiano, detto "Capo di Bove"...", vale a dire la tomba di Cecilia Metella. Ma stavolta i romani fecero il muso duro e Bernini si dovette accontentare di ciò che aveva già smantellato (e non era poco). Urbano VIII e Bernini morirono senza che la fontana fosse stata ultimata: in quel periodo era soltanto un grosso lavatore con un vascone dinanzi e niente più. Più di un secolo dopo anche papa Clemente XII (1730-1740) volle sostituire la fontana con un'altra monumentale e, a tale scopo, invitò i migliori artisti dell'epoca a presentare i progetti. Tra tutti i bozzetti inviati fu scelto quello del romano Nicola Salvi, di evidente ispirazione berniniana. I lavori, iniziati nel 1735, proseguirono durante il pontificato di Benedetto XIV e si conclusero con Clemente XIII, il quale inaugurò la fontana il 22 maggio 1762, anche se il Salvi, morto prematuramente, non riuscì ad ultimare l'opera, che invece fu portata a termine da Giuseppe Pannini. La grande fontana copre tutto il lato minore di palazzo Poli per una larghezza di 20 metri su 26 di altezza. Il prospetto è costituito da un grande nicchione centrale con la calotta a cassettoni, fiancheggiato da un ordine di quattro colonne corinzie che sorreggono un grandioso attico sovrastato dallo stemma di Clemente XII e coronato da una balaustra con quattro statue che simboleggiano le quattro stagioni. Nel fronte dell'architrave (nella foto 1) vi è l'iscrizione: "CLEMENS XII PONT. MAX. AQUAM VIRGINEM COPIA ET SALUBRITATE COMMENDATAM CULTU MAGNIFICO ORNAVIT ANNO DOMINI MDCCXXXV PONT. VI". Al di sotto dell'architrave corre un fregio con l'epigrafe che ricorda i lavori effettuati per merito di Benedetto XIV. Dall'interno del nicchione centrale si erge imponente la statua di "Oceano" (nella foto 2) sopra un carro a forma di conchiglia, trainato da due cavalli marini, uno placido e l'altro agitato, a simboleggiare i due aspetti del mare, e guidati da altrettanti tritoni. L'intero gruppo statuario è opera dello scultore Pietro Bracci che lo eseguì nel 1762. Ai lati del nicchione centrale vi sono due nicchie laterali, nelle quali vi sono collocate due statue raffiguranti l'Abbondanza (a sinistra) e la Salubrità (a destra), sormontate da due bassorilievi raffiguranti, rispettivamente, uno la leggenda di Agrippa che approva il progetto dell'acquedotto e l'altro la vergine romana che indica ai soldati assetati le sorgenti dell'acqua. Lungo il fregio che corre sulle tre nicchie vi è l'epigrafe che ricorda il compimento dell'opera sotto il pontificato di Clemente XIII. La fontana si conclude con la grande scogliera che si allarga fino a coprire la base del palazzo e si immerge nella grande vasca a bordi rialzati che simboleggia il mare. Fra le leggende che si narrano sulla celebre fontana di Trevi la più nota certamente è quella secondo la quale colui che getta una moneta nella fontana, rigorosamente di spalle, farà ritorno a Roma. Ma parimenti degna di nota è anche la leggenda legata al grosso vaso posto sul lato destro della fontana e soprannominato "asso di coppe" (nella foto 3), per la sua somiglianza con l'omonima carta di gioco, secondo la quale lo stesso Salvi lo fece collocare in quel punto affinché un barbiere, che lo disturbava con le sue continue critiche, non potesse più vedere i lavori. Nella piazza si trova anche una delle più famose "Madonnelle" di Roma, ovvero quelle bellissime edicole mariane sparse lungo le strade che sono una preziosa testimonianza di una tradizionale fede popolare. La loro origine si ricollega alla religione romana antica dalla quale il Cristianesimo ha tratto spunto: piccoli tempietti o "aediculae" venivano infatti eretti agli incroci delle vie o nei crocicchi di campagna in onore dei "Lares Compitales", le divinità che proteggevano i viandanti. Durante il Medioevo, nel Rinascimento e più ancora dopo la Controriforma, le edicole mariane si diffusero in tutti gli angoli della città, tanto che nel più ampio catalogo che di esse fu redatto (quello di Alessandro Rufini della metà dell'Ottocento) ne erano elencate ben 1421. Questa di piazza di Trevi (nella foto 4) è posizionata così in basso da non poter passare inosservata. La Vergine dipinta sul muro (scarsamente visibile, in verità, a causa del vetro che la riveste) è circondata da una raggiera di stucco stellata, due angeli poggianti su un piedistallo sostengono una ghirlanda. È presente anche il baldacchino ed il solito lampioncino con eleganti volute in ferro battuto. Proprio perché espressione di arte popolare, l'autore, come per la maggior parte delle "Madonnelle", è anonimo, probabilmente un umile artigiano: solo raramente sono state eseguite da qualche artista più rinomato.

 

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Nella sezione Roma nell'Arte vedi:
Fontana di Trevi di G.Vasi
Fontana di Trevi di G.B.Piranesi
Fontana di Trevi di anonimo

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