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Il tracciato attuale di via della Lungara corrisponde al tracciato di un via antica che, all'altezza di piazza S.Egidio, si staccava dall'antica "via Aurelia" e si dirigeva a nord, verso il Vaticano, seguendo il percorso dell'odierna via della Scala fino alla porta Settimiana. Fu chiamata "Sub Janiculensis" ed anche "Sub Jano" per la sua percorrenza sotto il Gianicolo, ma fu più conosciuta come "via Sancta" per i pellegrini che la percorrevano per recarsi a S.Pietro. Fu sotto papa Alessandro VI Borgia (1492-1503) che la strada venne iniziata ma fu Giulio II Della Rovere (1503-13) a darle una sistemazione definitiva, in simmetria con la via Giulia sulla sponda opposta del Tevere, tanto che, inizialmente, anche via della Lungara si disse "via Julia" finché ebbe l'attuale denominazione per la sua lunghezza in rettifilo (visibile nella foto in alto). La sponda antistante la via era popolata di case e giardini che arrivavano fino al fiume, ma fu tutto demolito sul finire dell'800, quando si costruirono i muraglioni del Tevere: fino ad allora le barche navigavano il fiume proprio accanto alla sede stradale. Iniziando il percorso della via dalla porta Settimiana troviamo, sulla sinistra, palazzo Corsini (nella foto in alto il prospetto sulla via, mentre nella foto 1 la facciata posteriore sul parco), eretto nel XV secolo per il cardinale Riario, nipote di Sisto IV. L'edificio era costituito di tre piani con le scuderie sulla sinistra ed un cortile sulla destra, oltre ad un grande giardino posteriore verso il Gianicolo. La splendida villa passò in eredità a Francesco Riario Sforza, che la donò nel 1518 al fratello Galeazzo. Nel 1587 la villa fu affittata a Mario I Sforza, conte di Santa Fiora, nel 1593 al cardinale Paolo Sfondrati e nel 1611 a Pompeo Targone, architetto al servizio di Alessandro VII, finché nel 1669 vi abitò Cristina di Svezia. La regina di Svezia si era convertita al cattolicesimo ed aveva abdicato trasferendosi a Roma: accoltavi con tutti gli onori il 20 settembre 1655, aveva risieduto per un anno a palazzo Farnese. Dopo aver viaggiato per l'Europa per alcuni anni, tornò a Roma per risiedervi definitivamente nel 1668: dimorò in questo palazzo fino alla sua morte, avvenuta nel 1689. Con Cristina la villa ebbe il suo massimo splendore, sia per quanto riguarda il parco, dove fece piantare un numero straordinario di piante ed edificare terrazze e fontane, sia per quanto riguarda il palazzo, il cui arredamento fu degno di una sovrana. Nel 1732 il duca Nicola Riario Sforza vendette il palazzo al cardinale Neri Corsini ed a suo fratello, il principe Bartolomeo III, vicerè di Sicilia, i quali affidarono la ricostruzione dell'edificio a Ferdinando Fuga. L'acquisto del palazzo fu determinato dalla necessità di insediare in un luogo ampio e razionale la biblioteca e la pinacoteca del casato. Il Fuga non distrusse la costruzione rinascimentale, ma ne raddoppiò le strutture convergenti sul cortile, dando un rinnovamento completo all'edificio sulla facciata di via della Lungara, con i tre ordini di finestre a cornici e timpani diversi ad ogni piano, balconi al piano nobile ed un grandioso portale a triplice fornice sormontato da un balcone con mensole, sul quale si affacciano tre finestre con gli stemmi dei Corsini. L'ingresso, lungo un androne tripartito, porta al giardino retrostante con passaggio per le carrozze ed affiancato da due rampe dello scalone che porta ai piani superiori. La biblioteca e la pinacoteca furono sistemati al piano nobile. Il cardinale Lorenzo Corsini, poi papa con il nome di Clemente XII, sistemò personalmente la biblioteca e dispose affinché venisse aperta al pubblico. Nel 1797 palazzo Corsini fu scenario di importanti eventi: dato che Giuseppe Bonaparte, ambasciatore del Direttorio, aveva posto qui la sua residenza, fu qui che venne ucciso il generale francese Duphot in uno scontro tra papalini e repubblicani. L'occupazione francese della città e la deportazione di papa Pio VI segnarono l'inizio del breve periodo della Repubblica Romana. Il palazzo ospitò altri ospiti illustri come Erasmo da Rotterdam, Michelangelo, madama Letizia ed il cardinale Fresch. Nel 1884 Tommaso Corsini vendette il palazzo al Governo Italiano, che vi insediò l'Accademia dei Lincei, una fondazione culturale istituita nel 1603 e tuttora qui ospitata, che ebbe tra i suoi membri anche Galileo Galilei ed alla quale furono donate la biblioteca e la pinacoteca. Il Comune acquistò invece parte del parco retrostante e lo destinò ad ospitare l'Orto Botanico (che contiene una collezione di più di 7.000 specie vegetali provenienti da tutto il mondo) e la passeggiata del Gianicolo: qui vi era anche un casino, demolito per far posto al monumento a Garibaldi. La pinacoteca è divenuta Galleria Nazionale d'Arte Antica, con una collezione di dipinti di Rubens, Van Dyck, Murillo, Caravaggio, Guido Reni ed altri artisti italiani del XVII e XVIII secolo. Di fronte a palazzo Corsini sorge un'altra gemma di Roma, la bellissima Villa Farnesina (nella foto 2), che il ricco banchiere Agostino Chigi commissionò al suo concittadino Baldassarre Peruzzi nel 1508. Il disegno semplice ed armonioso, con un corpo centrale e due avancorpi laterali, ne fanno una delle prime vere ville rinascimentali. La Villa fu decorata tra il 1510 ed il 1519 dallo stesso Peruzzi, da Sebastiano del Piombo, da Raffaello e dai suoi allievi che vi aggiunsero opere più elaborate. Gli affreschi raffigurano miti classici e la volta del salone principale, la "Sala di Galatea", è decorata con scene che illustrano la posizione degli astri il giorno della nascita del Chigi. In quest'opera si disse che Raffaello raffigurò la splendida amante del Chigi, quella celeberrima Imperia che faceva parlare di sé tutta Roma. A Raffaello è legato un altro aneddoto: si dice che il Chigi consentì all'artista, che non riusciva a portare a termine il lavoro affidatogli perché innamorato di una donna, di lavorare alla presenza della donna amata (con tutta probabilità Margherita Luti, più nota con il nome di Fornarina). Artisti, poeti, cardinali, principi e lo stesso papa Leone X furono ospiti del munifico e potente banchiere senese: i suoi conviti erano favolosi e si racconta che le portate venivano servite in vasellame d'oro che, appena usato, veniva gettato nel fiume dalla gran loggia che non esiste più e che allora si affacciava direttamente sul fiume. Ma sembra che il Chigi fosse assai furbo e che reti capienti fossero sistemate sul letto del fiume, cosicché di notte si potesse ripescare il patrimonio gettato nel Tevere. Nel 1577 la villa fu acquistata dal cardinale Alessandro Farnese, donde il nome di "Farnesina": un ardito progetto di Michelangelo avrebbe voluto collegare questa villa all'altro grande palazzo di famiglia, palazzo Farnese, tramite un lungo ponte che avrebbe scavalcato il Tevere, ma l'opera non fu portata a termine per la morte di papa Paolo III: testimonianza del progetto ne è il cosiddetto Arco dei Farnesi. Nel 1704, a seguito del matrimonio tra Elisabetta Farnese e Filippo di Borbone, re di Spagna, la villa divenne proprietà dei Borbone di Napoli, che la destinarono a sede dell'Accademia di Napoli. Nel 1861 la villa passò al principe spagnolo Bermudez de Castro, i cui eredi nel 1927 la cedettero al Governo Italiano, che la destinò a sede dell'Accademia d'Italia, fino al 1944, e poi a rappresentanza ufficiale dell'Accademia dei Lincei. L'edificio presenta una forma a C (visibile nella foto 2), con i due avancorpi simmetrici ai lati del corpo centrale all'interno di un ampio giardino: al pianterreno apre una loggia a cinque arcate ed un piano nobile di finestre architravate. Il prospetto della facciata posteriore è invece continuo, con due ordini di finestre architravate su cornici marcapiano scandite da lesene; al pianterreno si apre un portale architravato preceduto da una breve scala realizzata nell'Ottocento: molto belli gli stucchi dell'architrave, con palme e cespi d'acanto, realizzati dal Peruzzi. Sotto il cornicione corre un fregio decorato a festoni con frutta e fiori retti da putti, intervallato da piccole finestre quadrangolari. Ad angolo con via della Penitenza è situata la chiesa di S.Maria delle Scalette (nella foto 3), così denominata per le due rampe di scale che conducono all'ingresso della chiesa e dell'annesso monastero, che padre Domenico di Gesù e Maria fondò nel 1615 per le donne di malaffare che volevano redimersi, con l'aiuto finanziario di Baldassarre Paluzzi Albertoni. La chiesa fu edificata a spese del duca di Baviera e del cardinale Antonio Barberini, fratello di papa Urbano VIII nel 1619. A causa del monastero la chiesa si chiamò anche "S.Croce della Penitenza", ma quando nel 1839 il complesso fu affidato alle Suore del Buon Pastore, sia la chiesa sia il monastero furono denominati "del Buon Pastore". L'Istituto, che si apre con un portale decorato a volute e mensola e sormontato dalla statua del Buon Pastore (nella foto 4), accolse anche ex recluse e bambine povere, qualificate come "condannate" e "preservate"; allora Pio IX fece ampliare l'edificio da Virginio Vespignani, che costruì una nuova ala su via della Penitenza, per garantire una separazione ben precisa tra le categorie di assistite. L'Istituto funzionò fino al 1950, quando il complesso fu adibito a carcere per le donne colpevoli di reati minori e come tale rimase fino al 1970, quando la casa di rieducazione fu chiusa ed il complesso fu adibito a pensionato per giovani e successivamente a centro di assistenza per anziani. Oggi vi è la sede della Casa Internazionale delle Donne. Poco più avanti, ma sul lato opposto della via, sorge un'altra chiesa molto antica, risalente al IX secolo e denominata S.Giacomo alla Lungara (nella foto 5). La chiesa, chiamata anche "in Settignano" o "in Settimiano" (in relazione alla vicina porta Settimiana), nel 1198 era dipendente della basilica di S.Pietro e poi affidata ai Benedettini Silvestrini. Nel 1628 passò alle monache Penitenti, le quali, supportate economicamente dai Barberini, la ricostruirono nel 1644 su progetto di Luigi Arricucci, il quale trasformò l'edificio da originaria pianta basilicale a navata unica con soffitto a cassettoni. L'interno conserva la "Memoria funebre di Ippolito Merenda", opera di G.L.Bernini: una lapide a forma di lenzuolo spiegazzato sorretto con le mani e con i denti da uno scheletro alato. Notevole il campanile romanico a monofore (nella foto 6), risalente al XIII secolo. In passato si considerava la torre campanaria un riadattamento di una preesistente torre, ma recenti analisi della struttura muraria sembrano scartare questa ipotesi. Il campanile, racchiuso fra edifici moderni e visibile dal Lungotevere Gianicolense, mostra i due lati dello spigolo nord, scanditi da due cornici di modiglioni marmorei a loro volta racchiusi fra due file di laterizi a denti di sega. Su via della Lungara, al civico 29, sorge anche l'antico carcere di Regina Coeli (nella foto 7 il carcere visto dal Gianicolo), originariamente monastero delle Carmelitane fondato nel 1654 da Anna Colonna, al quale era annesso la chiesa di "S.Maria Regina Coeli", poi andata distrutta. Dopo il 1870 il monastero venne requisito dallo Stato Italiano e destinato a carcere: l'edificio fu ampliato ed adattato alla nuova destinazione grazie ai lavori diretti dall'ing.Carlo Morgini tra il 1881 ed il 1885. Al civico 45 è situata un'altra chiesa, quella di S.Giuseppe alla Lungara (nella foto 8), costruita da Giuseppe Ludovico Rusconi Sassi nel 1732, mentre l'attiguo convento dei Padri Pii Operai fu eretto da Giovanni Franceso Fiori nel 1760. La facciata della chiesa è a due ordini, quello inferiore diviso in tre parti da paraste con capitelli ionici, quello superiore con un grande occhio rotondo e timpano curvilineo. L'interno è a pianta ottagonale con volta rifatta nell'Ottocento al posto di quella settecentesca crollata. Al civico 82, infine, sorge palazzo Salviati (nella foto 9), eretto nella prima metà del Cinquecento per Orazio Farnese, che qui possedeva una vigna, ma nel 1552 venduto al cardinale Giovanni Salviati, figlio di Giacomo Salviati e Lucrezia de' Medici, sorella di papa Leone X. Dopo pochi anni il palazzo passò al fratello di Giovanni, Bernardo Salviati, priore dell'Ordine di Malta, che nel 1560 fece ristrutturare l'edificio a Nanni di Baccio Bigio. Dopo vari passaggi (Borghese, Paccanari, Lavaggi) nel 1840 l'edificio fu acquistato dallo Stato Pontificio che vi ospitò l'Archivio Urbano e l'Orto Botanico. Divenuto proprietà della Stato Italiano, fu adibito a sede del Tribunale Militare, del Collegio Militare e dal 1971 del Centro Studi Militari. Il prospetto, suddiviso in cinque sezioni da bugnature verticali, apre al pianterreno con un grande portale sormontato da un balcone che poggia su grandi mensole.Infine vogliamo ricordare che, nella zona dell'attuale piazza della Rovere, esisteva un edificio che allora era situato tra via della Lungara ed il Tevere: era il cosiddetto Ospedale dei Pazzerelli o Manicomio di S.Maria della Pietà (nella foto 10). Il 4 ottobre 1725, infatti, la Congregazione dei Pazzerelli ricevette l'ordine di lasciare l'ospizio di piazza Colonna alla Confraternita dei Bergamaschi e di trasferirsi presso via della Lungara nei locali attigui all'Ospedale S.Spirito. Benedetto XIII incaricò 10  Ospedale dei Pazzerelli in un'incisionel'architetto Filippo Raguzzini di erigere il nuovo manicomio: i lavori, iniziati nel 1726, furono portati a termine nel 1729. Il trasferimento dei malati in questa sede non migliorò di certo la loro situazione: anche in questo ospedale esistevano i "camerini della paglia", non più ampi di circa tre metri quadri, vere e proprie stalle in cui i degenti venivano spogliati ed abbandonati, con la paglia che veniva sostituita ogni mattina; esistevano gli anelli e le catene infissi al muro e venivano utilizzate le "bove", speciali ceppi di legno a forma di giogo che immobilizzavano i piedi. I medici, generici e salariati, avevano accesso esclusivamente per somministrare purganti e salassi; soltanto nel 1758 fu assunto un medico per i 158 ricoverati. Durante il pontificato di Pio VI, tra il 1781 ed il 1782, venne realizzato un ampliamento dell'ospedale mediante acquisizioni di case su via della Lungara, per cui si resero necessarie anche opere di riadattamento dei locali. Il manicomio era suddiviso in due fabbricati distinti, uno per gli uomini ed uno per le donne, con un giardino adibito ad orto con una fontana centrale. La facciata si estendeva su via della Lungara per 114 metri, era separato dall'Ospedale S.Spirito dai lavatoi ed era costituito da un pianterreno e da due piani superiori. I ricoverati si trovavano a contatto con i passanti della via perché chiedevano l'elemosina attraverso le sbarre delle finestre del pianterreno. Nel 1862, grazie all'intervento finanziario di Pio IX, l'edificio fu profondamente ristrutturato dall'architetto Francesco Azzurri, ma pochi anni dopo la costruzione dei muraglioni del Tevere ne decretarono la fine: nel 1909 il manicomio venne demolito. Nello stesso anno, per iniziativa del senatore Alberto Cencelli, iniziarono i lavori per il nuovo ospedale psichiatrico progettato da Edgardo Negri ed Eugenio Chiesa sulla collina di Monte Mario: denominato Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà, iniziò a funzionare il 28 luglio 1913 e fu inaugurato ufficialmente da Vittorio Emanuele III il 31 maggio 1914.

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