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La basilica deve il suo nome alle catene o vincoli che, secondo la tradizione, furono utilizzate per legare S.Pietro durante la sua prigionia nel carcere Mamertino. Nel V secolo l'imperatrice Eudossia di Teodosio ebbe in dono queste catene durante un viaggio a Costantinopoli: l'imperatrice le inviò alla figlia, Eudossia anch'essa, che le consegnò personalmente a papa Leone I. Questi, però, un pò dubbioso dell'autenticità delle catene, volle mostrare alla pia donna le catene già in possesso della Chiesa, ritrovate da S.Balbina, la figlia di Quirino, il carceriere battezzato da S.Pietro durante la prigionia nel carcere Mamertino. Le due catene, giunte a contatto, si fusero miracolosamente e nulla poté più disgiungerle. In memoria di questo fatto fu edificata, nell'anno 442, la chiesa di S.Pietro in Vincoli: le catene sono ancora qui, esposte sotto l'altare (nella foto 1). La chiesa venne più volte restaurata, da papa Adriano nel 790 circa, da Sisto IV e da Giulio II. L'ingresso della basilica è preceduto da uno splendido portico a cinque colonne del Quattrocento (nella foto in alto), opera di Meo del Caprino. L'interno è a tre navate divise da colonne a capitello dorico. La chiesa, inoltre, conserva insigni memorie artistiche: un antico mosaico nel quale S.Sebastiano è ritratto con la barba e il volto da vecchio, pitture del Domenichino, del Guercino e di altri sommi artisti, ma senza alcun dubbio il capolavoro è il famosissimo Mosè di Michelangelo, che era destinato ad ornare la tomba di Giulio II. Quando la tomba gli fu commissionata, nel 1505, Michelangelo trascorse otto mesi a Carrara alla ricerca di blocchi di marmo perfetti, ma, al suo ritorno, il papa aveva spostato il suo interesse al rifacimento di S.Pietro e, quindi, il progetto venne accantonato. Dopo la morte del papa, nel 1513, Michelangelo riprese il lavoro alla tomba, ma completò solo il Mosè e i Prigioni prima che papa Paolo III lo convincesse a lavorare al Giudizio Universale nella Cappella Sistina al Vaticano. La tomba di Giulio II fu terminata dai suoi allievi e consiste in una semplice facciata con sei nicchie per le statue, ben poca cosa rispetto all'originario progetto dell'artista che avrebbe voluto realizzare una tomba con 40 statue. I Prigioni sono ora a Firenze ma il Mosè è qui conservato (nella foto 2). Le curiose corna che adornano la testa di Pietro dovrebbero essere i raggi della Divina Sapienza, ma in seguito ad un'errata traduzione dal testo ebraico del Vecchio Testamento si sono tramutati in corna. Mosé, con lo sguardo accigliato e fiero, siede solennemente con le Tavole della Legge in mano. Su un ginocchio si potrà notare una lieve linea di frattura legata ad una famosissima leggenda secondo la quale Michelangelo avrebbe colpito la statua in quel punto con il mazzuolo gridandogli: "Perché non parli?". A fianco della chiesa si trovava il convento iniziato per volere di Nicola Cusano, cardinale titolare della basilica, verso la metà del Quattrocento. I lavori proseguirono con il cardinale Francesco Della Rovere, futuro papa Sisto IV e nel 1489 fu affidato ai Canonici Regolari del Ss.Salvatore. Ad un altro pontefice della famiglia Della Rovere, Giulio II, si devono gli ulteriori interventi che videro la definitiva sistemazione del convento e l'erezione del chiostro, attribuito tradizionalmente a Giuliano da Sangallo. Dopo il 1870, con il pericolo incombente di vedersi confiscare il convento, secondo la nuova legislazione dello Stato Italiano, i Canonici Regolari escogitarono una finta vendita con la condiscendente famiglia milanese dei Vimercati. Scoperto l'inganno, però, le autorità competenti espropriarono l'intero convento e obbligarono i Vimercati a lasciare la città. Il complesso divenne quindi proprietà dello Stato, che destinò la parte destra a Regia Scuola di Ingegneria e affittò l'altra ala agli stessi Canonici. Il chiostro è situato all'interno della facoltà di Ingegneria: sui suoi lati, recentemente liberati dalle vetrate che li chiudevano per ospitare alcune aule, sono tornate a correre le arcate. Queste sono sorrette da colonne con capitelli ionici che mostrano lo stemma Della Rovere. Sotto i suoi portici non si aprono più i vari ambienti necessari alla vita monastica ma gli attrezzati istituti della facoltà. A testimoniare l'originaria funzione è rimasto il caratteristico pozzo, ancora al suo posto nel centro del cortile, inquadrato in un'edicola impostata su colonne binate ioniche che sostengono la trabeazione e il timpano. Il progetto viene attribuito ad Antonio da Sangallo, che lo realizzò con la collaborazione di Simone Mosca.