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Acquedotti

Aqua Appia
Anio Vetus
Aqua Marcia
Aqua Tepula
Aqua Iulia
Aqua Virgo
Aqua Alsietina
Aqua Claudia
Anio Novus
Aqua Traiana
Aqua Alexandrina
Acqua Felice

La costruzione degli acquedotti fu una delle imprese più grandi e più impegnative della civiltà romana, "la più alta manifestazione della grandezza di Roma", come scrisse nel 97 d.C. Frontino in qualità di "curatore degli acquedotti" ("curator aquarum"), nel suo trattato "De aquae ductu urbis Romae", ovvero "Gli acquedotti della città di Roma". Per secoli il Tevere, le sorgenti ed i pozzi furono in grado di soddisfare il fabbisogno della città finché lo sviluppo urbanistico e la crescita demografica resero necessario ricorrere ad altre fonti: fu allora che, grazie all'abilità dei suoi costruttori, si realizzarono gli acquedotti. Da quel momento in poi, ovvero dal 312 a.C., affluì a Roma una quantità enorme di acqua potabile, come nessun'altra città del mondo antico, ma forse di ogni epoca, ebbe mai e che valse alla città il titolo di "regina aquarum", ossia "regina delle acque". Così scrisse Plinio il Vecchio: "Chi vorrà considerare con attenzione la quantità delle acque di uso pubblico per le terme, le piscine, le fontane, le case, i giardini suburbani, le ville; la distanza da cui l'acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso". Come dargli torto? La realizzazione degli acquedotti aveva inizio con l'importantissimo lavoro di ricerca delle sorgenti e delle vene acquifere da utilizzare, le quali, oltre alla qualità, all'abbondanza ed alla regolarità del flusso dell'acqua, dovevano rispondere anche all'essenziale requisito dell'altezza, indispensabile a fornire la giusta pendenza alla conduttura che doveva trasportare l'acqua fino a Roma. L'inizio dell'acquedotto, detto "caput aquae", era costituito, nel caso di sorgenti di superficie o di presa diretta da un fiume, da un bacino di raccolta, creato con dighe o sbarramenti artificiali, o, nel caso di sorgenti sotterranee, da un sistema articolato di pozzi e cunicoli che convogliavano la vena acquifera in un unico canale. All'inizio come alla fine dell'acquedotto vi erano le cosiddette camere di decantazione o "piscinae limariae", nelle quali l'acqua subiva un processo di purificazione grazie al deposito delle impurità più grossolane. Quindi aveva inizio il canale di conduzione vero e proprio detto "specus", costruito in pietra o in muratura e foderato di cocciopesto, un impasto impermeabile di calce e laterizi (tegole o anfore); lo speco, inoltre, doveva avere il requisito essenziale di mantenere una pendenza costante, che assicurasse all'acqua uno scorrimento continuo. Per ovviare ai dislivelli causati da zone depressive o da vallate l'unica alternativa era il sistema del sifone, o "sifone rovescio": l'acqua aumentava la propria pressione all'interno di una "torre" posta all'estremità della valle da attraversare, dopodichè scendeva in condotta forzata per risalire all'estremità opposta della valle con una pressione tale da consentire la prosecuzione del flusso. Ma l'aumento di pressione era anche il problema principale perché le tubazioni che venivano utilizzate, di piombo o di terracotta, erano poco adatte ad una pressione elevata: ecco spiegato il motivo per cui i costruttori furono costretti a scegliere tragitti lunghi e tortuosi ma che, seguendo strettamente la morfologia del terreno, avevano il merito di fornire al condotto una graduale ma costante pendenza. Il percorso dello speco era preferibilmente sotterraneo e solo eccezionalmente a cielo aperto e ciò avveniva quando attraversava dorsali collinari, corsi d'acqua o vallate, nel qual caso si appoggiava a muri di contenimento o di sostruzione o su arcuazioni, salvo rientrare, appena possibile, nel cunicolo sotterraneo. In entrambi i casi il condotto era accompagnato, in superficie, da cippi lapidei numerati, posti alla distanza di circa 70 metri uno dall'altro, che facilitavano la localizzazione in caso di necessità e garantivano una "fascia di rispetto" al canale: 1,45 metri se sotterraneo e 4,5 metri circa se in superficie. L'accesso ai condotti per la manutenzione, frequente soprattutto per la sedimentazione del calcare che tendeva ad ostruire lo speco, era garantita da tombini muniti di scalini per la discesa nel caso di canale sotterraneo o di opportuni portelli nel caso di canale sopraelevato, che consentivano inoltre di interrompere o diminuire il flusso dell'acqua che veniva scaricata all'esterno. L'acquedotto finiva con un "castello" terminale o principale, ossia una costruzione massiccia, a torre, contenente camere di decantazione ed una vasca dalla quale, per mezzo di prese o bocche, l'acqua veniva ripartita ed immessa nelle condutture urbane; inoltre il castello aveva il compito di garantire un flusso continuo nel caso di eventuali cali di pressione o di variazioni della velocità dell'acqua. Castelli secondari, all'interno della città, venivano utilizzati per la ripartizione dell'acqua. Talvolta il "castello" terminale terminava con una "mostra d'acqua", una fontana monumentale creata per solennizzare lo sbocco in città dell'acquedotto. Purtroppo non sono molte le "mostre" antiche pervenute fino a noi, perché quelle che oggi possiamo ammirare sono le fontane-mostra che accompagnarono i restauri ed i ripristini avvenuti nel periodo tardo-rinascimentale e nei secoli XVII e XVIII. La grande importanza che i Romani diedero agli acquedotti lo dimostra il fatto che alla "cura aquarum", ossia all'amministrazione delle acque, vi fu preposto un censore durante la Repubblica ed il "curator aquarum" durante l'Impero, un funzionario direttamente nominato dall'imperatore. Entrambi avevano il compito di gestire un "ufficio" che provvedesse a mantenere in efficienza, nonché puliti, gli impianti ed a sorvegliare la regolarità delle erogazioni e la corretta ripartizione delle acque. Questo "ufficio" aveva una propria sede, molto probabilmente nella "Porticus Minucia Frumentaria". Esamineremo ora da vicino tutti gli acquedotti, secondo l'ordine cronologico fornitoci da Frontino:

 Aqua Appia. Il più antico acquedotto fu condotto a Roma, nel 312 a.C., dal censore Appio Claudio Cieco, lo stesso che creò la via che da lui prese il nome, la "via Appia". Le sorgenti erano situate tra l'VIII ed il IX miglio della "via Praenestina", in un luogo mai individuato con esattezza, anche se molti ritengono che fosse nei pressi della località detta "La Rustica". Il condotto, quasi tutto sotterraneo, tranne un breve tratto all'altezza della porta Capena, era lungo poco più di 16 km ed entrava in Roma, come molti altri, in una località chiamata "ad Spem Veterem" (ovvero "presso la Speranza Antica"), situata dove oggi è la Porta Maggiore. Da qui si dirigeva verso il Celio, che percorreva in tutta la sua lunghezza, sempre sottoterra, quindi attraversava la valle tra Celio ed Aventino su archi che si appoggiavano alle Mura Serviane della porta Capena e, dopo aver attraversato l'Aventino in condotto sotterraneo, terminava in prossimità della "porta Trigemina", presso il Foro Boario. Da qui, tramite castelli secondari, l'acqua veniva distribuita in vari punti della città, senza escludere che abbia potuto rispondere alle necessità del limitrofo "portus Tiberinus". Il condotto era costituito da blocchi di tufo connessi tra loro e muniti di cavità centrale. L'Acquedotto Appio fu restaurato nel 144 a.C. da Quinto Marcio Re, nel 33 a.C. da Agrippa e tra l'11 ed il 4 a.C. da Augusto, che ne potenziò anche la portata grazie ad un nuovo condotto denominato "Appia Augusta" e che, proveniente dall'odierna zona chiamata Cervelletta, nei pressi della via Collatina, si univa, dopo un percorso sotterraneo, all'Aqua Appia nella località, allora suburbana, detta "ad Gemellos" (evidente il riferimento ai due canali), corrispondente alla zona compresa tra viale Manzoni e via di S.Croce in Gerusalemme.

 Anio Vetus. Il secondo acquedotto risale al 272 a.C. e fu costruito dai censori Manio Curio Dentato e Flavio Flacco, due magistrati appositamente nominati dal Senato. Il nome di "Anio Vetus", ossia "Aniene Vecchio", evidenzia la sua origine dall'Aniene nella località di San Cosimato, tra Vicovaro e Mandela. Il nome di "Vetus" lo ebbe soltanto tre secoli dopo, quando fu costruito il secondo acquedotto dell'Aniene, l'Anio Novus. Dopo aver percorso i territori di Tivoli e Gallicano il condotto, lungo circa 63 km., fiancheggiava la "via Praenestina", raggiungeva la "via Latina" tra Casal Morena e IV Miglio, superava la "via Tuscolana" e lungo la "via Labicana" entrava in Roma nella località detta "ad Spem Veterem" (nella zona di Porta Maggiore), traversava l'Esquilino in condotto sotterraneo e finiva con il castello terminale all'altezza della "porta Esquilina" (corrispondente all'odierno Arco di Gallieno). Importanti opere di restauro si ebbero nel 144 a.C., nel 33 a.C. ad opera di Agrippa e tra l'11 ed il 4 a.C. per iniziativa di Augusto, al quale si deve anche la diramazione dello "Specus Octavianus", un ramo che dal II miglio della "via Labicana", attraversando la zona di S.Croce in Gerusalemme e di S.Giovanni in Laterano, raggiungeva gli "Horti Asiniani", situati nella zona dove poi sorsero le Terme di Caracalla. L'acqua dell'Anio Vetus non fu mai molto apprezzata a causa della sua frequente torbidezza, tanto che successivamente, quando vennero condotte in Roma acque migliori, questa fu destinata prevalentemente ad usi non potabili quali l'irrigazione e l'alimentazione delle fontane di ville e giardini.

 Aqua Marcia. L'Aqua Marcia fu condotta a Roma dal pretore Quinto Marcio Re nel 144 a.C. e proviene dall'alta valle dell'Aniene, ma, diversamente dall' Anio Vetus, non attingeva dal fiume ma da sorgenti abbondanti e di ottima qualità situate nei pressi di "Marano Equo", tra Àrsoli ed Agosta, dove ancora oggi attinge l'odierno Acquedotto della Marcia. Per consentire una migliore nonché maggiore distribuzione dell'acqua, questa aveva bisogno di arrivare in città ad una quota più elevata: fu così che per la prima volta si ricorse alla costruzione di archi che, con una fila ininterrotta di circa 9 km., fiancheggiando la "via Latina", giungevano fino alla località della "Spem Veterem" (nella zona di Porta Maggiore). Seguendo il percorso successivamente utilizzato dalle Mura Aureliane (nelle quali fu poi incluso), l'acquedotto arrivava alla porta Tiburtina (nella foto 1, lo speco sopra l'arco) e poi, con un percorso corrispondente all'attuale via Marsala, raggiungeva il castello terminale che si trovava nelle immediate vicinanze della "porta Collina", dove oggi si trova il Ministero del Tesoro in via Venti Settembre. Da qui, mediante castelli secondari, alcuni rami si staccavano per raggiungere varie parti della città: un ramo serviva il Quirinale ed il Campidoglio, un altro detto "Rivus Herculaneus" serviva il Celio e l'Aventino, ma sicuramente il più famoso fu quello costruito nel 212-13 da Antonino Caracalla per alimentare le Terme di Caracalla: questo ramo, opportunamente potenziato con l'aggiunta di una nuova sorgente, detta "Fons novus Antoninianus" proveniente da Àrsoli, prese il nome di Aqua Antoniniana e si staccava dall'acquedotto principale nei pressi del III miglio della "via Latina", nella zona odierna di Porta Furba. L'Aqua Marcia subì consistenti opere di restauro da parte di Agrippa nel 33 a.C. e di Augusto tra l'11 ed il 4 a.C.: quest'ultimo, come per l'Aqua Appia, potenziò la portata del condotto con la captazione di una nuova sorgente detta "Augusta", opera ricordata in un'iscrizione incisa sull'arco della porta Tiburtina, dove sono menzionati anche le importanti opere di restauro eseguite da Tito nel 79 d.C. e da Caracalla nel 212-13. Altri restauri furono eseguiti da Adriano, da Settimio Severo e da Diocleziano tra il III ed il IV secolo, quando quest'ultimo utilizzò un ramo secondario per alimentare le Terme di Diocleziano. L'ultimo grande restauro si deve a papa Pio IX quando, nella metà dell'Ottocento, incaricò Luigi Canina e Nicola Moraldi di ripristinare l'antico acquedotto Marcio: l'acqua, in onore del papa, fu denominata Acqua Pia ed ebbe anche una propria mostra, la Fontana delle Naiadi. Resti dell'Aqua Marcia sono oggi visibili soltanto presso il Casale di Roma Vecchia o Villa dei Quintili, in vicolo del Mandrione, a porta Maggiore ed a porta Tiburtina, mentre quelli appartenenti al ramo dell'Aqua Antoniniana sono situati lungo la "via Latina", sull'Arco di Druso e lungo viale Guido Baccelli (nella foto 2).

 Aqua Tepula. L'Aqua Tepula fu realizzata nel 125 a.C. dai censori Gneo Servilio Cepione e Lucio Cassio Longino. Il nome le fu attribuito a causa della temperatura "tiepida" dell'acqua che scaturiva dalle sorgenti identificate con quelle dette "delle Pantanelle" e "dell'Acqua Preziosa", tra Grottaferrata e Marino. L'acquedotto, fino all'età di Augusto completamente sotterraneo, aveva una lunghezza di 18 km ed era in parte comune a quello della Marcia. Ristrutturato e modificato da Agrippa nel 33 a.C., l'acquedotto fu unito in questa occasione al nuovo condotto dell'Aqua Iulia: entrambi, con un percorso sotterraneo, giungevano alla piscina limaria situata al VII miglio della "via Latina", nell'odierna zona delle Capannelle. Qui la Tepula tornava indipendente dalla Iulia, usciva all'aperto nella zona del Casale di Roma Vecchia (ovvero la Villa dei Quintili) e, appoggiandosi, insieme alla Iulia, alle arcuazioni dell'Aqua Marcia, entrava in città alla Porta Maggiore, proseguiva fino all'arco poi divenuto porta Tiburtina (nella foto 1, lo speco al centro) ed in sotterranea arrivava al castello terminale situato nella zona dell'ex Ministero delle Finanze, oggi Ministero del Tesoro, in via Venti Settembre.

 Aqua Iulia. L'Aqua Iulia prese il nome dalla "gens Iulia" in onore di Augusto e fu creato da Agrippa nel 33 a.C. L'acquedotto proveniva dalle sorgenti molto prossime a quelle dell'Aqua Tepula ed identificate con quelle che si trovano presso il ponte degli Squarciarelli a Grottaferrata. Il condotto correva unito a quello della Tepula in un condotto sotterraneo fino alla piscina limaria situata al VII miglio della "via Latina", nell'odierna zona delle Capannelle. Qui la Iulia tornava indipendente dalla Tepula, anche se insieme a questa si appoggiava alle sostruzioni ed alle arcuazioni dell'Aqua Marcia, appositamente rinforzate da muri in opera reticolata e da rivestimenti in laterizio, in seguito agli interventi, rispettivamente, di Tito nel 79 d.C. e di Diocleziano alla fine del II secolo. Oggi possiamo ancora osservare, nei tratti superstiti, ma anche sulla porta Maggiore o sulla porta Tiburtina, i tre spechi sovrapposti in ordine cronologico, con quello della Marcia in basso, della Tepula in mezzo e della Iulia in alto. Arrivato in città allo "Spem Veterem" (nella zona di porta Maggiore), il condotto proseguiva fino alla porta Tiburtina (nella foto 1, lo speco in alto) e poi, in sotterranea, arrivava al castello terminale situato nella zona dell'ex Ministero delle Finanze, oggi Ministero del Tesoro, in via Venti Settembre. Una diramazione dell'acquedotto alimentava la fontana nota come Trofei di Mario. Interventi di restauro vi furono tra l'11 ed il 4 a.C. da parte di Augusto e nel III secolo da parte di Caracalla.

 Aqua Virgo. Leggendaria l'origine del nome dell'Aqua Vergine che, secondo Frontino, sarebbe stato dato da Agrippa stesso in ricordo di una fanciulla (in latino "virgo") che avrebbe indicato il luogo delle sorgenti ai soldati che ne andavano in cerca, ma più verosimilmente lo si deve alla purezza ed alla leggerezza delle acque prive di calcare. L'acquedotto fu creato da Agrippa nel 19 a.C. per alimentare le sue Terme. Le sorgenti erano situate all'VIII miglio della "via Collatina", nell'odierna zona di Salone ed il percorso, lungo circa 20 km., dopo un lungo ed ampio giro, giungeva in città alle pendici del Pincio, dove si trovava la "piscina limaria" (dalla quale deriva molto probabilmente il nome di vicolo del Bottino). All'altezza degli "Horti Luculliani" (nell'odierna zona situata tra la chiesa di Trinità dei Monti e villa Medici), il condotto, fin qui sotterraneo, continuava su arcate (alcune delle quali ancora visibili, nella foto 3, in via del Nazareno), traversava la zona della fontana di Trevi e la "via Lata" con un'arcata successivamente trasformata in arco trionfale con il nome di Arco di Claudio, continuava per piazza di S.Ignazio e lungo l'attuale via del Seminario (dove si trovava il castello terminale) per arrivare dinanzi ai "Saepta", cioè nelle immediate vicinanze del Pantheon; da qui, con un breve percorso sotterraneo, giungeva ad alimentare le Terme di Agrippa. Non si sa esattamente quando la parte urbana dell'acquedotto fu interrotta ma si sa con certezza, da un itinerario romano dell'VIII secolo, che in quel periodo non era già funzionante e quella che in passato era una delle fontane minori divenne la fontana terminale dell'Acqua Vergine: questa modesta fontana, composta di tre piccole vasche affiancate ed addossate ad un edificio che presumibilmente era il castello terminale, si deve riconoscere in quella che diverrà la famosa fontana di Trevi. L'acquedotto subì un grande rifacimento nel 1453 ad opera di papa Niccolò V, il quale incrementò la portata dell'acqua con nuove sorgenti, riutilizzando in gran parte le antiche condutture, secondo un progetto di Leon Battista Alberti. Purtroppo la tanto decantata acqua ha subìto un tale e profondo inquinamento negli ultimi decenni, causato da un'urbanizzazione incontrollata, che ai nostri giorni viene utilizzata prevalentemente per alimentare alcune delle più celebri fontane romane quali la fontana di Trevi, la Barcaccia e la fontana dei Fiumi.

 Aqua Alsietina. L'Aqua Alsietina fu condotta a Roma da Augusto nel 2 a.C. (tanto che fu denominata anche Aqua Augusta) dal lago di Martignano (in latino "lacus Alsietinus") dal quale l'acquedotto prende il nome. Quest'acqua risultava di cattivo gusto e poco salubre, per cui si ritiene che fosse destinata già in partenza ad usi non potabili, ipotesi avallata dal fatto che l'acquedotto non aveva neanche una "piscina limaria". L'acqua in eccedenza veniva utilizzata a scopo irriguo o per alimentare fontane, come accadde nel XV secolo per la fontana di S.Maria in Trastevere. Il condotto, lungo circa 33 km., dopo aver percorso la "via Claudia" ed aver attraversato le località di Osteria Nuova, S.Maria di Galeria e Maglianella, entrava in città nei pressi di "porta Aurelia" (l'odierna porta S.Pancrazio) e di qui scendeva al Trastevere (passando per viale XXX Aprile, dinanzi a villa Spada) per alimentare la "Naumachia" di Augusto, che, a forma di ellisse, si estendeva tra le odierne chiese di S.Cosimato e S.Francesco a Ripa. La "Naumachia" di Augusto era ancora in funzione nel III secolo d.C., per cui l'acquedotto doveva essere ancora in funzione, ma fu abbandonato poco tempo dopo a causa di un naturale abbassamento del lago di Martignano, che lasciò a secco il condotto.

 Aqua Claudia. Questo acquedotto fu iniziato da Caligola nel 38 d.C. e terminato da Claudio nel 52 d.C. L'acqua proviene dal XXXVIII miglio della "via Sublacense", tra Marano Equo e Àrsoli, in prossimità delle sorgenti dell'Aqua Marcia. L'acquedotto, con un percorso totale di circa 68 km, 15 dei quali a cielo aperto, dopo aver viaggiato in canale sotterraneo, usciva all'aperto al VII miglio della "via Latina", nell'odierna zona delle Capannelle, e passava nella grande "piscina limaria". Da qui l'acquedotto, al quale fu sovrapposto anche lo speco dell'Anio Novus, continuava il percorso innalzandosi su sostruzioni a muro pieno in blocchi di peperino e su arcuazioni in opera quadrata di peperino e tufo rosso (nella foto sotto il titolo e nella foto 4) che tanto hanno caratterizzato la Campagna Romana e Roma stessa, fino ad entrare in città alla "Spem Veterem" con il doppio arco monumentale noto come porta Maggiore. Poco oltre la porta vi era, fino al 1880, il castello terminale con cinque grandi cisterne rettangolari affiancate. Numerosi erano i rami secondari che da qui si staccavano, il più importante dei quali era sicuramente quello costruito da Nerone: l'Acquedotto Neroniano, realizzato su arcate, si dirigeva verso il Celio, seguendo il percorso dell'Aqua Appia e fu realizzato per alimentare il ninfeo ed il lago della grandiosa reggia neroniana, la Domus Aurea. Le arcate furono restaurate dai Flavi, da Adriano e soprattutto da Settimio Severo e da Caracalla nel 211 d.C. Lunghi tratti del restauro severiano sono ancora oggi visibili in via Domenico Fontana (nella foto 5), in piazza S.Giovanni in Laterano (tra edifici moderni, posiziona il mouse sulla foto 4), in piazza della Navicella e sopra l'arco di Dolabella e Silano, dopo il quale si trovava il castello terminale. Successivamente Domiziano realizzò un prolungamento dell'Acquedotto Neroniano per approvvigionare i palazzi imperiali del Palatino, superando, con arcate alte quasi 40 metri, la valle tra questo ed il Celio. Un'ulteriore diramazione dell'Aqua Claudia fu portata, nel III secolo d.C., fino al Trastevere, al quale arrivava attraversando il Tevere appoggiandosi al "ponte Emilio".

 Anio Novus. L'Anio Novus o "Aniene Nuovo" fu iniziato nel 38 d.C. da Caligola e terminato nel 52 d.C. da Claudio, il quale, avendo già legato il suo nome all'Aqua Claudia, decise di dedicare quest'acquedotto all'Aniene, con l'appellativo "novus" per distinguerlo da quello già in funzione che divenne "Vetus" (ossia "vecchio"). L'acquedotto, costruito insieme all'Aqua Claudia e del quale ne seguiva in gran parte lo stesso percorso, è lungo circa 87 km e aveva le sorgenti presso l'alta valle dell'Aniene, all'altezza del XLII miglio della "via Sublacensis", poco prima di Subiaco. L'acqua era prelevata direttamente dal fiume cosicché, nonostante una "piscina limaria" costruita in corrispondenza dell'incile, spesso giungeva a Roma piuttosto torbida, soprattutto in corrispondenza di lunghe piogge. Dopo un lungo percorso che lo portava presso Vicovaro, Castel Madama, Tivoli, il massiccio dei monti Tiburtini e dei Colli Albani, giungeva alla "piscina limaria" situata in località Capannelle: da qui l'Anio Novus continuava fino al castello terminale, situato poco oltre porta Maggiore, appoggiandosi alle arcuazioni dell'Aqua Claudia (nella foto 6 si possono notare le due condotte: una inferiore chiusa, dell'Aqua Claudia, una superiore scoperta, dell'Anio Novus). Al fine di eliminare l'inconveniente succitato, l'imperatore Traiano fece spostare la captazione, traendo l'acqua non più dal fiume ma da un limpido laghetto che si trovava presso "Treba Augusta" (l'odierna Trevi nel Lazio).

 Aqua Traiana. Questo acquedotto fu costruito nel 109 d.C. dall'imperatore Nervia Ulpio Traiano per rifornire di acqua potabile il Trastevere, visto che l'Aqua Alsietina condottavi da Augusto non era potabile. L'acqua proveniva da diverse sorgenti che scaturivano a 35 miglia dalla città, nel territorio compreso tra il "lago Sabatino" (l'odierno lago di Bracciano) e le terre di Oriolo e Trevignano e convogliate in un unico canale costituente il "caput aquae" nei pressi di Vicarello. Da qui l'acquedotto (per il quale mancano le preziose informazioni di Frontino, morto qualche anno prima della sua costruzione), dopo aver attraversato le tenute di Cesano, dell'Olgiata, della Storta e della Giustiniana, raggiungeva, dopo 32 km, il Gianicolo con un castello terminale situato nei pressi dell'odierna porta S.Pancrazio. Il balzo di quota esistente tra il Gianicolo ed il Trastevere fu sfruttato utilizzando la caduta dell'acqua per fornire forza motrice ai molini, esistenza documentata già nel VI secolo, ma si suppone esistente anche nei secoli precedenti. Numerosi furono i restauri ad opera di Belisario, di papa Adraino I e di Gregorio V, soprattutto per mantenere in efficienza i molini. Agli inizi del XVII secolo Paolo V restaurò completamente l'acquedotto, utilizzando in gran parte le antiche strutture. Il nuovo acquedotto, detto dell'Acqua Paola, fu inaugurato nel 1618 ed inizialmente doveva alimentare i rioni Borgo e Trastevere, oltre al Vaticano, ma poi fu prolungato anche ai rioni Regola e Ponte, per cui le fontane-mostra divennero due: una costruita al Gianicolo e denominata fontana Paola, l'altra un tempo situata alla fine di via Giulia (attraversando il Tevere appoggiandosi a ponte Sisto) ma oggi in piazza Trilussa. L'opera di risanamento dell'acquedotto Traiano è testimoniata dall'arco di Paolo V (nella foto 7) che scavalca la "via Aurelia Antica" a ridosso di Villa Pamphilj. Sulle due facciate dell'arco sono situate altrettante iscrizioni: la prima, sul lato interno, attribuendo erroneamente l'opera all'imperatore Augusto, dice "PAULUS V PONT OPT MAX AQUAEDUCTUS AB AUG CAES EXTRUCTOS AEVI LONGINQUA VETUSTATE COLLAPSOS IN AMPLIOREM FORMAM RESTITUIT ANN SAL MDCIX PONT V", ossia "Paolo V Pontefice Ottimo Massimo restituì nella forma più ampia gli acquedotti eretti da Cesare Augusto e destinati a crollare per il lungo andare del tempo. Nell'anno di grazia 1609 anno quinto di pontificato". La seconda iscrizione, posta sul lato esterno, dice: "PAULUS V ROM PONT OPT MAX PRIORI DUCTU LONGISSIMI TEMPORIIS INIURIA PLANE DIRUTO SUBLIMIOREM FIRMIOREMQUE A FUNDAMENTIS EXTRUXIT ANNO SAL MDCIX PONT V, ossia "Paolo V Romano Pontefice Ottimo Massimo eresse dalle fondamenta un acquedotto più elevato e più stabile rispetto al precedente completamente rovinato dalle ingiurie del lunghissimo tempo. Nell'anno di grazia 1609 anno quinto di pontificato". Un lungo tratto dell'acquedotto fu scoperto nel 1912 sotto l'attuale Accademia Americana.

 Aqua Alexandrina. L'Aqua Alexandrina fu costruita dall'imperatore Alessandro Severo intorno al 226 d.C. per alimentare le "Terme Alessandrine". Questo acquedotto sfruttò le migliori capacità tecniche offerte dai tempi per realizzare le arcate in laterizio, elemento potente e leggero al tempo stesso, che consentì di realizzare un percorso più rettilineo. L'acqua, proveniente da una località a 3 km. da Colonna, dopo un percorso di circa 22 km., giungeva a Roma in speco sotterraneo fino alla tenuta di Torre Angela, per proseguire, con le tipiche arcuazioni, nella zona di Centocelle (nella foto 8) fino a via di Torpignattara. Da qui lo speco procedeva nuovamente interrato fino ad entrare in Roma nella zona cosiddetta "ad Spem Veterem", nei pressi dell'attuale porta Maggiore; la "piscina limaria" doveva trovarsi nella zona dove poi sorsero le "Terme Eleniane". Da qui l'acquedotto passava presumibilmente per la zona di Termini e per il Quirinale, discendeva poi la valle oggi attraversata da via del Tritone e raggiungeva così le "Terme Alessandrine" (o "Neroniane"), così denominate dopo il restauro di Alessandro Severo. Nel XVI secolo l'acquedotto fu riutilizzato da papa Sisto V per la costruzione dell'Acqua Felice, il primo acquedotto romano dell'età moderna.

 Acqua Felice. L'Acquedotto Felice fu iniziato da Gregorio XIII nel 1583 e terminato nel 1585 da papa Sisto V (Felice Peretti), dal nome di battesimo del quale prende il nome. Il condotto, proveniente da sorgenti situate tra Zagarolo e Palestrina, aveva il compito di rifornire le zone dell'Esquilino, Viminale e Quirinale ma soprattutto la bellissima villa Montalto, di proprietà dello stesso Sisto V. La costruzione dell'acquedotto fu affidata inizialmente a Matteo Bartolani da Città di Castello, il quale commise un grave errore di calcolo sulla pendenza dell'acqua "tanto che questa ad un certo punto, invece di andare avanti, pensava bene di tornarsene indietro"; sicché Sisto V affidò la prosecuzione dei lavori a Giovanni Fontana, il quale, servendosi degli archi (e, purtroppo, anche dei materiali) degli acquedotti Claudio e Marcio, in breve tempo completò l'opera. L'arco di porta Furba (nella foto 9) rappresenta la monumentalizzazione dell'acquedotto Felice nel punto in cui questo scavalcava la "via Tuscolana", come per gli antichi architetti romani fu porta Tiburtina o porta Maggiore. L'arco, rivestito in blocchi di peperino, presenta al centro una testa di leone, simbolo del pontefice, sovrastata da una grandiosa ed elegante epigrafe che celebra la costruzione dell'acquedotto. Incerta è l'etimologia del nome della porta: secondo alcuni deriverebbe dal termine latino "fur", ossia "ladro", per la frequente presenza in questi luoghi di covi di briganti, ma l'ipotesi più accreditata vuole che derivi dal termine latino "forma" con il quale si indicarono, soprattutto nel Medioevo, gli acquedotti. Dinanzi a porta Furba è situata la fontana eretta da Giovanni Fontana nel 1586 e restaurata da Clemente XII nel 1733, come ricorda l'iscrizione e lo stemma in alto; la stessa iscrizione ricorda mons. Felice Passerino, Presidente delle Acque nel medesimo anno, al quale si riferisce lo stemma cardinalizio posto sopra il mascherone. La fontana (nella foto 10), addossata ad un arco in laterizio fiancheggiato da due pilastri bugnati e sopraelevata di sette gradini rispetto al livello stradale, è formata da un mascherone con ali di pipistrello che versa l'acqua nel cavo di una conchiglia dalla quale ricade, insieme a quella di due bocchette laterali, in un'elegante vasca centinata. L'Acquedotto Felice proseguiva utilizzando le antiche arcuazioni del ramo dioclezianeo dell'Aqua Marcia fino a porta Tiburtina; dopodichè proseguiva sul tratto delle Mura Aureliane trasformate in acquedotto e sull'Arco di Sisto V, per dirigersi verso la mostra d'acqua terminale, la fontana del Mosè: tutto il tratto intermedio, ridotto praticamente in rovina, fu demolito nel 1867 per la costruzione della Stazione Termini.

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