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Il toponimo di questa piazza fu oggetto di varie interpretazioni nel tempo. Una è quella che derivi da "Mons Septorium", per la vicinanza con i Saepta, luogo ove si riunivano i cittadini, divisi in centurie, per essere chiamati (dal latino citare, ovvero chiamare) ad entrare nei recinti per le votazioni. C'è anche chi ha considerato l'epiteto "accettatorio" per indicare la funzione di scarico dei rifiuti o, più verosimilmente, di terra di riporto, con l'inevitabile conseguenza di una creazione di un grosso cumulo (mons), forse in occasione degli scavi delle fondazioni della colossale colonna di Antonino Pio oppure, visto che furono ritrovati i resti di palafitte a significare che il luogo era paludoso, per ricoprire le acque stagnanti ed eliminare il diffondersi della malaria. A proposito della Colonna Antonina, nel 1907, durante i lavori di ampliamento del palazzo Montecitorio, furono rinvenuti i resti di una costruzione di età imperiale, l'Ustrinum, luogo di cremazione degli imperatori e della loro famiglia: in particolare, questo apparteneva all'imperatore Antonino Pio ed alla moglie Faustina. Di fronte alla facciata nord dell'Ustrinum apparvero i resti della colonna Antonina: la base della colonna (nella foto 1), in marmo bianco, è oggi collocata in Vaticano, insieme al frammento della colonna con l'iscrizione. Nel Medioevo la zona fu vittima dell'incuria e del degrado e fu invasa da una selvaggia vegetazione. Lì sorse, intorno al Mille, la chiesetta di S.Biagio de hortis o de Monte Acceptoro o Acceptabili, che sarà demolita nel 1695 per far posto alla Curia Innocenziana. La parola de hortis richiama altri toponimi della zona, quali via degli Ortacci, via della Vigna, via dei Giardini, a rivelare chiaramente l'aspetto della zona. La piazza sarà completamente rivoluzionata nella sua topografia allorché, nel 1653, il principe Nicolò Ludovisi comprò la casa del cardinale Capponi ed altre vicine, per costruire una dimora adatta alla sua illustre famiglia. Gian Lorenzo Bernini fece un bel progetto, coadiuvato da Giovanni Mattia De Rossi, e diede inizio ai lavori che subirono ben presto un rallentamento fino a bloccarsi per mancanza di denaro. Dovettero trascorrere quasi quarant'anni per la ripresa dei lavori e per completare l'edificio, nel frattempo acquistato da papa Innocenzo XII, che volle sistemarvi i tribunali della giustizia civile e penale e la direzione della polizia. Carlo Fontana ed il figlio Francesco portarono a termine, nel 1697, il palazzo che si chiamerà Curia Innocenziana, con il compromesso che i curiali avrebbero pagato una tassa a favore dei poveri e degli infermi, ragion per cui, su due bassorilievi, si legge ancora l'iscrizione: "Ospitii Apostolici Pauperum et Invalidorum". Il palazzo (nella foto sotto il titolo e nella foto 2) presenta una facciata che s'impone per solennità e grandezza, in laterizio, suddivisa in cinque parti scandite da sei grandi paraste. Spicca il complesso di quattro colonne doriche che inquadrano tre porte, una più alta fra le due laterali, sulle quali sono scolpiti due tondi, rappresentanti, quello a sinistra, la Carità e quello a destra la Giustizia. Al di sopra è situata una lunga loggia con balaustri che racchiude tre delle venticinque finestre a timpani alternativamente triangolari e centinati. Ai lati del portale, due serie di cinque finestre architravate ed inferriate sovrastanti finestrelle. Al secondo piano altre venticinque finestre architravate e, sopra, le finestrelle del sottotetto; conclude la facciata un cornicione a mensole su cui poggia un attico slanciato con orologio ottocentesco e con campanile a vela, sulla cui cuspide vi sono una clessidra con ali (allegoria del tempo) ed una croce. Né il campanile né la campana piacquero ad Innocenzo XII, che trovò l'uno troppo grande e l'altra troppo piccola: la campana venne sostituita più tardi con una più grande, battezzata "Maria, Antonia (vi era scolpito il santo di Padova) e Innocenza" (in omaggio al pontefice). Nel secolo scorso un'altra campana andrà a far compagnia a "Maria Antonia e Innocenza" ed ambedue suoneranno per annunciare qualche grosso avvenimento cittadino o nazionale; poi taceranno ambedue, nonostante siano ancora al loro posto. Dal balcone, fin dal 1743, si svolgeva ogni quindici giorni l'estrazione del Lotto: i numeri venivano estratti da un orfanello che dal popolo veniva chiamato "ruffianello", forse perché ritenuto d'accordo con i funzionari. Con l'Unità d'Italia, palazzo Montecitorio fu espropriato dallo Stato Italiano e destinato ad ospitare la Camera dei Deputati: il 27 dicembre 1871 iniziarono i lavori parlamentari nell'aula Comotto, cosiddetta dall'ingegnere che costruì nel cortile una sala semicircolare a gradinate su un'intelaiatura di ferro interamente ricoperta di legno, ricavata dal grande cortile semicircolare del Fontana. Ben presto la nuova aula si dimostrò inadeguata e dotata di una pessima acustica; inoltre, a causa di copiose infiltrazioni d'acqua, fu dichiarata pericolante e chiusa nel 1900. Inizialmente si pensò di costruire un nuovo palazzo del Parlamento in via Nazionale, ma poi si decise per l'ampliamento del palazzo berniniano: i lavori furono affidati all'architetto Ernesto Basile, il quale costruì un nuovo edificio alle spalle dell'originale, quello prospiciente piazza del Parlamento, all'interno del quale collocò l'attuale Aula del Parlamento. Dal portale di piazza di Montecitorio si accede in un triplice atrio ed al cortile, con un portico a pianterreno ed una galleria per ogni piano. All'interno notevole il grandioso scalone ed il salone della Lupa, cosiddetto perché custodisce una grande riproduzione della Lupa capitolina: qui nel 1946 fu proclamato l'esito del referendum con la fondazione della Repubblica. La sala è anche detta "Aventino", perché qui si radunarono dal 1924 al 1926 i parlamentari dissidenti per protesta all'assassinio di Matteotti. Famoso è poi al pianterreno il "corridoio dei passi perduti", prospiciente l'aula parlamentare, altrimenti detto il "Transatlantico", per il soffitto ligneo e le abbondanti decorazioni liberty che ricordavano i grandi saloni delle navi. Ma l'ambiente più ricco ed importante è naturalmente la grande Aula, completamente arredata in legno di quercia e con un grande lucernaio sul soffitto. Tutto intorno, in alto, corre un fregio allegorico dipinto su tela da G.A.Sartorio, che rappresenta la Civiltà Italiana, le Virtù del Popolo Italiano ed i periodi più salienti della sua storia. Davanti al palazzo si erge l'obelisco di Psammetico II (594-
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