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Via della Mercede prende il nome dai Padri Riformati dell'Ordine della Mercede ai quali nel 1600 papa Paolo V affidò la chiesa di S.Maria in S.Giovanni, così denominata perché insediatasi, nel 1586, tra le mura di una chiesa abbandonata, "S.Giovanni in capite", in seguito al ritrovamento, tra le sue pareti, di una Sacra Immagine della Madonna. La precedente chiesa di "S.Giovanni in capite", anche soprannominata, per le sue ridotte dimensioni, "S.Giovannino", era oggetto di particolare venerazione perchè vi si custodiva la testa di S.Giovanni Battista, poi trasferita nella chiesa di S.Silvestro. Oggi anche la chiesa di S.Maria in S.Giovanni risulta "non più esistente": dapprima isolata dal monastero di S.Silvestro, nel quale era da sempre incorporata, per l'apertura di via del Moretto, fu in seguito assorbita dall'edilizia e trasformata in un ufficio pubblico. Al civico 50 della via è situata la "Sala Umberto" (nella foto 1), un teatro progettato da Andrea Busiri Vici, noto architetto della Roma unitaria, sullo spazio destinato ai giardini padronali della propria abitazione. La sala fu inaugurata nel 1882 come sala concerti, probabilmente con il nome di "Sala della Piccola Borsa". Ristrutturato ed ampliato tra il 1890 ed il 1913, il locale divenne prima sala cinematografica, poi Café-chantant, ma fu con il teatro di Rivista e Varietà che ebbe la sua fortuna: artisti come Anna Fougez ed Ettore Petrolini (al quale sono dedicate le targhe nell'atrio del teatro) apportarono il loro contributo alla fama del teatro. Nel dopoguerra la Sala Umberto venne adibita esclusivamente a sala cinematografica fino al 1981, anno in cui riaprì come teatro inaugurando la stagione con il grande Domenico Modugno in "L'uomo che incontrò se stesso". Tra il 1981 ed il 1991 la direzione artistica venne assunta dall'Ente Teatrale Italiano, con un programma dedito ad iniziative culturali tra cui recital, concerti e rassegne video dedicate a rinomati personaggi dello spettacolo. Nel 1991 la struttura tornò ad essere cinema con la programmazione diretta dall'Istituto Luce fino al 2001. Nel 2002 la sala venne definitivamente adibita a teatro con una stagione di prosa, musica e teatro ragazzi. Ai civici 11 e 12 sono situati due edifici del Seicento che fanno parte del complesso delle proprietà dei Bernini: nel primo visse Gianlorenzo, che ebbe il suo studio al pianterreno e vi morì nel 1680. L'edifico, venduto nel 1641 dalla marchesa Fulvia Naro al padre di Gianlorenzo, conserva, al primo piano, due lunette che ricordano altrettanti episodi della vita del Bernini: in una vi è raffigurata la visita che papa Urbano VIII fece all'artista, mentre nell'altra la consegna delle chiavi della città di Lione all'artista per onorarne l'attività artistica, in occasione della sua visita nel maggio 1665. Il palazzo, acquistato nell'Ottocento dalle Assicurazioni Generali di Venezia, che successivamente posero sulla facciata il Leone di S.Marco (nella foto 2, come nel palazzo delle Assicurazioni Generali a piazza Venezia), fu in gran parte ristrutturato, pur mantenendo i caratteri originali, come il maestoso portale con bugne a raggiera (nella foto 3) che apre tra porte di rimessa ad arco con cartiglio in chiave, trasformate in negozi già alla fine dell'Ottocento. Al di sopra si elevano due piani con sette finestre architravate con cornice semplice al primo piano e senza architrave al secondo; dopo il cornicione, una sopraelevazione. Sopra il portale, nel 1882, vi fu apposta una lapide (visibile nella foto 3) che così recita: "L'ANNO MDCCCXXXII (1832) ULTIMO DI SUA VITA QUESTA CASA ABITÒ L'ILLUSTRE ROMANZIERE SCOZZESE WALTER SCOTT DA EDIMBURGO". Al civico 12 vi è l'altro edificio seicentesco dei Bernini (quello nella foto sotto il titolo), anche questo acquistato insieme all'altro dalla marchesa Naro e poi concesso in affitto; nell'Ottocento fu venduto e completamente trasformato in forme neocinquecentesche. La facciata sviluppa su tre piani di sette finestre, architravate ai primi due e con cornice semplice al terzo; a coronamento, un cornicione a mensole. Al pianterreno apre un portale bugnato sovrastato da un balcone balaustrato ed affiancato da finestre architravate ed inferriate e sottostanti finestrelle. Una lapide con il busto di Gianlorenzo Bernini (nella foto 4), scolpito da Ettore Ferrari nel 1898, così recita: "QUI VISSE E MORÌ GIANLORENZO BERNINI SOVRANO DELL'ARTE AL QUALE SI CHINARONO REVERENTI PAPI, PRINCIPI, POPOLI. IL COMITATO PER LE ONORANZE CENTENARIE COL CONCORSO DEL COMUNE POSE VII DIC MDCCCXCVIII" (1898). Bellissima e suggestiva l'iscrizione, peccato soltanto che fu collocata nel posto sbagliato, perché non era questo il palazzo dove Gianlorenzo visse, come abbiamo già visto, bensì l'altro, quello al civico 11. Da segnalare che questo edificio fronteggia l'angolo sud-ovest del palazzo di Propaganda Fide: proprio la vicinanza dei due edifici causò uno scontro, divenuto famoso, tra il Bernini ed il Borromini che lavorava alla fabbrica di Propaganda ed era riuscito a togliere l'incarico all'odiato Bernini. Questo l'aneddoto: per esprimere la sua soddisfazione, il Borromini fece lavorare i suoi operai tutta una notte ornando la finestra d'angolo dell'edificio di Propaganda Fide con due vistose e bellissime orecchie d'asino, allusive all'incapacità artistica del Bernini. Questi, al mattino seguente, affacciatosi alla finestra e vista quella curiosa decorazione, meditò la vendetta. Appena fece buio, salì sul tetto della sua abitazione e, lavorando in acrobazia, scalpellò un mensolone del cornicione dandogli la forma inequivocabile di un pene: nulla è rimasto di questa scultura fallica, "cancellata per decenza" dalle autorità.

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