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Via del Nazareno

Anticamente denominata "Strada dei Colocci" per la casa che qui aveva il grande umanista Angelo Colocci, segretario di Leone X (1513-21), oggi questa via prende il nome dal palazzo del Collegio Nazareno che qui sorge (nella foto sopra). L'edificio fu costruito nella seconda metà del Cinquecento, su un precedente palazzetto dei Giustiniani, per Alessandro Maurelli, un nobile parmense che aveva combattuto nelle Fiandre al seguito di Alessandro Farnese. Agli inizi del Seicento il palazzo passò ai Caetani, i quali, pochi anni dopo, lo affittarono al cardinale Michelangelo Tonti, già arcivescovo di Nazareth e segretario di Stato di Paolo V Borghese. Nel 1621 il cardinale acquistò il palazzo per istituirvi un collegio da affidare ai Padri Scolopi per l'educazione dei giovani poveri, ma fece appena in tempo a fare testamento a favore dell'istituzione perché nel 1622 morì. Sorsero immediate difficoltà con gli eredi naturali del cardinale, i quali avviarono una vertenza giudiziaria che si dimostrerà molto lunga. I Padri Scolopi avviarono comunque l'attività nel 1630 con il nome di Collegio Nazareno (in memoria dell'arcivescovado del cardinale), anche se per il motivo inerente all'eredità furono costretti ad utilizzare sedi diverse. Soltanto nel 1689, quando la questione dell'eredità fu risolta a favore dell'istituzione, il Collegio Nazareno iniziò a funzionare nella propria sede. L'Istituto, restaurato tra il 1698 ed il 1712 da Sebastiano Cipriani, si qualificò immediatamente come scuola tanto da attrarre giovani provenienti da famiglie nobili, cosicché gli studenti furono divisi in due categorie: i convittori, appartenenti a famiglie ricche, e gli alunni, istruiti gratuitamente. La fama del Collegio crebbe talmente che nel Settecento e nell'Ottocento fu considerato uno dei collegi alla moda e vi furono educati giovani provenienti da ogni parte d'Italia e di qui uscirono cardinali, diplomatici ed uomini politici. Caratteristica era l'uniforme ottocentesca dei giovani, un'ampia mantella nera ed il cappello a cilindro. La facciata cinquecentesca ha tre piani di nove finestre incorniciate ed un portale con bugne sovrastato da un balcone con tre mensole, delle quali la centrale ha una testa di leone con un anello sulle fauci (lo stemma dei Maurelli). Al pianterreno vi sono finestre architravate con inferriate e con originali davanzali su mensole a triglifi e teste di leoni. Sopra il bel cornicione vi è una sopraelevazione ottocentesca con altana. Il cortile interno presenta antiche statue con ninfeo ed orologio. Presso l'estremità dell'edificio su largo del Nazareno fu collocata nel 1957 una fontana (nella foto 1) costituita da un prospetto marmoreo ornato al centro da un bassorilievo raffigurante una bella testa di toro dal vello ricciuto (emblema araldico della famiglia del Bufalo) con ai lati due cannelle che versano acqua nella sottostante vasca rettangolare antica: lo stemma probabilmente è dovuto al fatto che la famiglia, residente nell'antistante palazzo del Bufalo, sovvenzionò i lavori di realizzazione. La fontana fu posta nel luogo in cui approssimativamente un tempo esisteva la fontanella della Ninfa, detta anche "della Chiavica del Bufalo", come era soprannominata questa zona per la presenza della fognatura realizzata dalla famiglia del Bufalo. La cinquecentesca fontanella era costituita da una semplice cannella inserita in un prospetto marmoreo che versava l'acqua in una vaschetta rettangolare, sormontata da una bella lapide e da un'immagine di ninfa giacente. Sulla lapide erano incisi due distici latini che così recitavano: "HUIUS NIMPHA LOCI SACRI CUSTODIA FONTIS DORMIO DUM BLANDAE SENTIO MURMUR AQUAE PARCE MEUM QUISQUIS TANGIS CAVA MARMORA SOMNIUM RUMPERE SIVE BIBE SIVE LAVERE TACE", ovvero "Io, ninfa di questo sacro luogo, qui dormo a custodia della fonte mentre ascolto il dolce mormorio dell'acqua. O tu che tocchi i concavi marmi, non interrompere il mio sonno, sia che tu beva sia che tu ti lavi, taci". Oggi purtroppo fontana ed epigrafe non esistono più, né si sa nulla circa la loro scomparsa: risultavano ancora in loco nel 1912, quando il Comune di Roma provvide al restauro dell'epigrafe. Un'altra presenza importante nella via è rappresentata dai resti dell'Acquedotto Vergine (nella foto 2, seminascosti da una cancellata): i tre archi di travertino, parzialmente interrati, in bugnato rustico e l'iscrizione mostrano che si tratta di un rifacimento dovuto a Claudio. L'iscrizione, del 46 d.C., é la seguente: "TI(berius) CLAUDIUS DRUSI F(ilius) CAESAR AUGUSTUS GERMANICUS PONTIFEX MAXIM(us) TRIB(unicia) POTEST(ate) V IMP(erator) XI P(ater) P(atriae) CO(n)S(ul) DESIG(natus) IIII ARCUS DUCTUS AQUAE VIRGINIS DISTURBATOS PER C(aium) CAESAREM A FUNDAMENTIS NOVOS FECIT AC RESTITUIT", ossia: "Tiberio Claudio, figlio di Druso, Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, con il potere tribunizio per la 5ª volta, imperatore per la 11ª volta, padre della patria, console per la 4ª volta, ricostruì e restaurò dalle fondamenta gli archi dell'acquedotto Vergine, danneggiati da Gaio Cesare (Caligola)". I danni di Caligola molto probabilmente si riferiscono a quelli causati per la costruzione di un anfiteatro nel Campo Marzio, che oltretutto non fu mai portato a termine.

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