Due scalinate realizzate su progetto del Vignola tra il 1547 e il 1522 partono da piazza del Campidoglio e conducono l'una alla sommità settentrionale del Campidoglio, l'Arx, corrispondente alla chiesa di S.Maria in Aracoeli, e l'altra alla sommità meridionale, il Capitolium, quest'ultima visibile nella foto sopra, con il cosiddetto Portico del Vignola come sfondo. Il Capitolium è il luogo dove sorgeva il più importante tempio di culto dello stato romano, quello della triade capitolina, Giove, Giunone e Minerva. La costruzione iniziò con il primo re etrusco, Tarquinio Prisco, e continuò con Tarquinio il Superbo. L'inaugurazione si ebbe, però, solo con l'inizio della Repubblica (509 a.C.): questo gigantesco edificio, eccezionale per il periodo, 53 x 63 metri, testimonia l'importanza della città e la volontà di potenza dei suoi governanti nel VI secolo a.C. Il santuario tendeva, infatti, a sostituire quello della lega federale latina che si trovava sul Monte Cavo (mons Albanus) e, quindi, a fare di Roma il centro incontestato della lega stessa. I resti attualmente visibili sono costituiti da parti del basamento, in opera quadrata di cappellaccio, custodito all'interno del Museo Nuovo Capitolino e dall'angolo anteriore destro del podio costruito in filari di blocchi di tufo sul quale il tempio stesso poggiava: nella foto 1 possiamo vedere i blocchi, custoditi all'interno di una copertura in vetro (che purtroppo ne ostruisce un pò la visione) sotto la loggia di Villa Caffarelli in via del Tempio di Giove. L'aspetto doveva essere quello di un tempio a sei colonne sulla fronte e sei sui lati lunghi, mentre sul lato di fondo, privo di colonnato come tutti i templi etrusco-italici, si aprivano le tre celle dei numi tutelari. Il tempio fu interamente distrutto nel corso degli incendi dell'83 a.C., del 69 e dell'80 d.C. e ricostruito in marmo tutte e tre le volte. All'interno del tempio si narra che venissero conservati grandi tesori, opere d'arte e doni di sovrani, tra cui una quadriga d'oro (anche se poi la quadriga doveva essere bronzea) ed un tesoro di duemila libbre d'oro, che Mario trasportò a Preneste e Silla restituì a Roma. Ma nella ricostruzione di Vespasiano il tesoro più ricco, consistente in pepite d'oro e d'argento donate dal popolo romano, fu sepolto nelle fondamenta stesse del tempio. Quando nel 1919 si procedette alla demolizione di palazzo Caffarelli, già sede dell'ambasciata di Germania, lo stesso prof. Lanciani e il Muñoz erano convinti di trovare "qualcosa" sotto quelle fondamenta che poggiavano sul Tempio di Giove. Fu chiamato persino un rabdomante, ma da quelle terre non uscì neppure un soldo. Davanti alla facciata del tempio, preceduta da un'ampia scalinata, vi era una piazza notevolmente estesa, l'Area Capitolina, una parte della quale è ora occupata dal giardino di via del Tempio di Giove: la parte maggiore, però, non esiste più, travolta dalle numerose frane che hanno interessato in varie epoche questa parte del colle. Dei numerosissimi monumenti che la riempivano fino all'inverosimile non resta più traccia, se si esclude un nucleo quadrato in opera cementizia con scaglie di selce, scoperto alla fine dell'Ottocento nell'aprire la via del Tempio di Giove e tagliato in due dalla stessa via (nella foto 2 se ne vedono i resti sui due lati della via). Questo nucleo è in genere identificato con il podio del Tempio di Giove Custode, eretto da Domiziano in ricordo del pericolo da lui corso, in occasione dell'assedio del Campidoglio da parte dei Vitelliani, ma potrebbe anche trattarsi del Tensarium, cioè della rimessa dove si custodivano i carri sacri (tensae) con i quali venivano portati in processione le divinità capitoline in occasione di feste particolari, come i Ludi Romani.
