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"Senatus / populusque romanus / divo Tito divi Vespasiani f(ilio) / Vespasiano Augusto", ossia "Il Senato e il popolo romano al divino Tito, figlio del divino Vespasiano, Vespasiano Augusto": questa è l'iscrizione originale apposta sull'attico rivolto verso il Colosseo che ci permette di identificare con certezza il monumento dedicato da Domiziano al padre Vespasiano ed al fratello Tito, dopo la morte di quest'ultimo avvenuta nell'81 d.C., per celebrarne le vittorie riportate in Giudea nel 71 d.C. e culminate con la distruzione di Gerusalemme. Due episodi di questo trionfo sono raffigurati su due grandi pannelli a rilievo, all'interno dell'arco. Quello a sud (nella foto 1) rappresenta il corteo nell'atto di traversare la porta Trionfale, cioè l'inizio della cerimonia: la porta, sulla destra sormontata da due quadrighe, è attraversata dai portantini che sostengono le spoglie del Tempio di Gerusalemme, dove si possono riconoscere le trombe d'argento ed il candelabro a sette braccia. Il pannello posto sull'altro lato (nella foto 2) rappresenta invece l'episodio centrale del trionfo: Tito avanza sulla quadriga, preceduto dai littori, i fasci dei quali si dispongono sul fondo, variamente inclinati. La dea Roma in persona tiene per il morso i cavalli mentre la Vittoria, stando sul carro, incorona l'imperatore. Seguono le figure allegoriche del popolo e del Senato romano, il primo a torso nudo, il secondo in toga. Al centro della volta, ricoperta di ricchi cassettoni, Tito è di nuovo rappresentato a cavalcioni di un'aquila, che lo sta trasportando verso il cielo: anche questa rappresentazione si ricollega con l'apoteosi e con la divinizzazione tributata all'imperatore dopo la sua morte. La presenza del candelabro a sette braccia sopra ricordato darà il nome con il quale l'arco sarà etichettato durante il Medioevo: "Portico delle Sette Lucerne". Raccontavano a Roma che questo candelabro era tutto d'oro e lo portarono da Gerusalemme i Romani, ma quando furono sul ponte Quattro Capi, gli uomini che lo portavano si azzuffarono, ciascuno volendolo per sé: il candelabro cadde nel fiume e così non l'ebbe nessuno. Si dice anche, perlomeno fino a non molto tempo fa, che gli Ebrei osservanti evitavano di passare sotto l'arco, il quale, eretto per celebrare, come abbiamo detto, la vittoria di Tito su Israele, rammentava loro una pagina troppo buia della loro storia. L'arco, rivestito di marmo greco pentelico, ad un solo fornice, semplice ma robustamente strutturato, è scandito da quattro semicolonne composite per lato. Alto m 15,40, largo m 13,50 e profondo m 4,75, presenta, nelle chiavi di volta, figure di Roma e del Genio del popolo romano, mentre sopra l'archivolto sono inserite Vittorie volanti su globi, con stendardi. L'arco deve l'ottima conservazione alla sua inclusione, durante il Medioevo, nella fortezza dei Frangipane; venne restaurato nel 1716 da papa Clemente XII e da Pio VII nel 1823 (come ricorda l'iscrizione apposta sull'attico rivolto verso il Foro Romano) che commissionò l'opera al Valadier, il quale, usando il travertino, provvide a ripristinare l'arco con parti nuove ed a rifare in particolare i piloni.

> Vedi Cartoline di Roma

 

Nella sezione Roma nell'Arte vedi:
 Arco di Tito di G.B.Piranesi
Veduta dell'Arco di Tito di G.B.Piranesi

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