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Il fascino, le curiosità, i misteri

Via della Conciliazione

La cultura italiana ufficiale nella sua rappresentanza romana fu investita, agli inizi del secolo, da una volontà di trasformare Roma da ex capitale del secolare Stato Pontificio a nuova capitale di quello italiano sorto dal Risorgimento. Si pensarono, così, nuovi quartieri e grandi sventramenti su cui si gettarono gli interessi degli immancabili speculatori. La Spina dei Borghi, gli edifici cioè compresi tra le due strade parallele denominate Borgo Vecchio e Borgo Nuovo, si salvò da questi progetti demolitori fino al 1936, quando una variante al Piano Regolatore del 1931 ne decise la demolizione. Benito Mussolini in persona chiese di esaminare "un ingresso al maggior tempio della cristianità degno dell'Urbe, al posto del meschinissimo ingresso dei Borghi" ed incaricò dell'opera gli architetti Piacentini e Spaccarelli. Il Duce, alle ore 9 del 28 ottobre 1936, vestendo la divisa di comandante generale della Milizia, giunse a piazza Pia, sulla testata dei Borghi verso Castel S.Angelo, salì sulla terrazza di un palazzo e qui, sotto lo sguardo di ministri e prelati, seguito da una folla plaudente e accompagnato dagli inni suonanti di una banda, diede il primo colpo di piccone. L'8 ottobre 1937 la demolizione di ben 600.000 metri cubi costruiti era terminata. La strada fu terminata nel 1950 con l'erezione di due file di obelischi in funzione di lampioni, 28 in tutto. Posizionando il puntatore sulla foto sotto il titolo si può notare il radicale cambiamento della via, ovvero la scomparsa del cuneo edilizio tra le due strade parallele, Borgo Vecchio (quello a destra) e Borgo Nuovo (quello a sinistra), al centro del quale era situata la bella "piazza Scossacavalli". Il nome di via della Conciliazione, su proposta del giornalista Franco Franchi, intese ricordare la storica pace fra Chiesa e Stato, i Patti Lateranensi. Con l'apertura del grande stradone perdemmo un pezzo tra i più antichi della Roma medioevale e rinascimentale; come se non bastasse, tutti gli edifici dei lati esterni dei Borghi Vecchio e Nuovo furono amputati, traslocati o pseudorestaurati in modo di allinearli con i giardini di Castel S.Angelo e con il lungotevere che scorreva davanti ad esso. Si demolirono e si trasferirono su via della Conciliazione, con una nuova forma, il Palazzo dei Convertendi ed il palazzo Rusticucci (di quest'ultimo in pratica si salvò soltanto la piccola fontana oggi situata nei giardini di S.Alessio), mentre scomparvero del tutto la "casa di Giacomo da Brescia", la chiesa di "S.Giacomo in piazza Scossacavalli", la chiesa di "S.Michele Arcangelo", insieme a tutte le case che erano costruite a ridosso del Passetto. La bella fontana che ornava "piazza Scossacavalli", costruita su progetto del Maderno, fu smontata e trasferita davanti a S.Andrea della Valle. Approfondiamo ora la visita di questa via iniziando dal lato destro, con la maestosa Basilica di S.Pietro dinanzi. All'altezza del civico 14 è situata la chiesa di S.Maria in Traspontina (nella foto 1), dal latino "trans pontem", ossia al di là del ponte, in riferimento a Ponte S.Angelo, e qui costruita nel Cinquecento in sostituzione di quella antica, più arretrata e vicina a Castel S.Angelo (posta circa all'altezza di via delle Fosse di Castello), demolita per i lavori di fortificazione delle mura vaticane voluti da Pio IV (1559-65). La chiesa antica sorgeva nei pressi della "Meta Romuli" (detta anche "Sepulcrum Scipionis"), una tomba a forma di piramide (molto simile alla piramide di C.Cestio) che nel Medioevo si riteneva fosse la tomba di Romolo. Il sepolcro rimase in piedi fino al 1500, quando fu distrutto da papa Alessandro VI Borgia (1492-1503), il quale, in occasione del Giubileo, rivoluzionò l'intera zona, sgomberando vigne e case fatiscenti, ampliando e selciando le piazze ed inaugurando la nuova "via Alexandrina", detta in seguito Borgo Nuovo, una via retta di quasi 500 metri che dal Tevere andava fino al Vaticano. Proprio su questa via fu iniziata nel 1566 la nuova chiesa di S.Maria in Traspontina, architettata dal figlio di Baldassarre, Giovanni Sallustio Peruzzi, continuata dal Mascherino e terminata soltanto nel 1637 dal Paparelli. Questa chiesa è conosciuta anche come la Chiesa della Compagnia dei Bombardieri di Castello, perché la cupola fu costruita più bassa possibile, quindi senza il tamburo di sostegno, proprio per consentire ai cannonieri di Castel S.Angelo di puntare sui Borghi, senza ostacoli, i propri tiri in caso di invasione nemica. La chiesa si alza dopo una breve scalinata di quattro gradini: tre porte ne consentono l'accesso, due laterali con timpano curvilineo ed una centrale, quella principale, tra colonne che sorreggono un architrave con timpano spezzato, al centro del quale è posto il gruppo scultoreo della "Madonna con Bambino". Lesene corinzie scandiscono gli spazi, con due nicchie ovali con timpano spezzato all'estremità dell'ordine inferiore, rettangolari con timpano triangolare in quello superiore, poste ai lati del finestrone centrale. L'interno è ad una navata coperta a botte e l'altare maggiore, disegnato da Carlo Fontana, conserva l'Icona della Vergine portata dalla Terra Santa a Roma nel 1216 dai Carmelitani. Vi si conserva anche la Cappella di S.Barbara, patrona degli artiglieri, decorata di elementi militari fin nella balaustra. Nella terza cappella a sinistra vi sono due colonne di breccia rosa che la tradizione vuole siano quelle alle quali furono legati S.Pietro e S.Paolo prima del martirio. Al civico 22 segue palazzo Latmiral (nella foto 2), costruito nel 1887 dall'architetto Agide Spinedi per Giuseppe Latmiral sull'area compresa tra Borgo S.Angelo, via dell'Inferriata e vicolo del Campanile. Restaurato dagli architetti Piacentini e Spaccarelli, il palazzo, che in parte è sede dell'Ambasciata del Brasile presso la Santa Sede ed in parte occupato da uffici, ingloba, ai numeri 4 e 5 del vicolo del Campanile, una casa quattrocentesca a tre piani con finestre centinate e resti di decorazioni a graffito sulla facciata. Al civico 30 è situato palazzo Torlonia (nella foto 3), fatto costruire nel 1496 da Andrea Bregno su commissione del ricco cardinale Adriano Castellesi, segretario di Alessandro VI. Il cardinale aveva accumulato ingenti ricchezze sfruttando i vescovati inglesi di Bath e Wells, assegnatigli dal suo amico Enrico VII d'Inghilterra: per questo motivo, quando egli andò via da Roma nel 1507, regalò il palazzo al re che ne proseguì la costruzione, arricchendo la facciata con graffiti di Polidoro da Caravaggio. Il palazzo divenne così la sede dell'Ambasciata d'Inghilterra fino ad Enrico VIII, quando la Santa Sede, dopo lo scisma, lo confiscò. Tra il 1609 ed il 1635 fu di proprietà dei Borghese, per passare poi ai banchieri francesi Giraud ed infine, nel Settecento, ai Torlonia. Giovanni Torlonia, capostipite e fondatore della Banca Torlonia, fece restaurare il palazzo, sopraelevandolo e completandone la facciata, con l'inevitabile cancellazione dei graffiti: sulla retrostante via dei Corridori il portale di accesso al palazzo presenta ancora l'iscrizione in memoria di Giovanni Torlonia. La facciata principale si presenta con una struttura tipicamente rinascimentale, con due piani di sette finestre ciascuno, scandite da lesene accoppiate, centinate e architravate al primo piano, rettangolari al secondo con sovrastanti finestrelle. Il grande portale ad arco, sormontato dallo stemma dei Torlonia, introduce ad un armonioso cortile con portico attribuito a Raffaello, ricco di statue antiche e con due alte fontane con grandi rilievi ottocenteschi di marmo. Il palazzo, prima della grande trasformazione della zona avvenuta negli anni '20, si affacciava sulla scomparsa "piazza Scossacavalli", dinanzi alla fontana che oggi si trova in piazza di S.Andrea della Valle. Nel XVII secolo, quando l'edificio era di proprietà dei Giraud, un ponte di legno collegava la parte posteriore del palazzo al Passetto, con l'evidente intento di sfruttare la via di fuga pontificia per rifugiarsi dentro Castel S.Angelo: non si sa in quale periodo il ponte scomparve, ma è ancora evidente il punto di innesto dell'arco sulle mura, come si può vedere nella foto 4, in quel tratto dove la merlatura è mancante. Palazzo dei Convertendi (nella foto 5), situato al civico 34, anticamente si affacciava sulla scomparsa "piazza Scossacavalli" (come si può notare nella foto 6) ed era stato costruito nel Quattrocento probabilmente dal Bramante per la famiglia Spinola, originaria di Genova. Quando, nel 1938, si demolì la Spina di Borgo, l'edificio venne abbattuto e poi ricomposto nella sede attuale, dove in precedenza vi erano altri edifici del Quattrocento e del Cinquecento, tra i quali il palazzo del cardinale Soderini. Dell'antico edificio, ricostruito solo in linea teorica identico all'originale, fu salvato solo il bellissimo portale con la loggia sovrapposta (visibile nella foto 7, quando il palazzo originario prospettava su Borgo Nuovo), tutto a bugnature, attribuito a Baldassarre Peruzzi. Eppure fu un palazzo storico per quanti lo abitarono, a cominciare dalla regina di Cipro, Carlotta di Lusignano, che vi morì nel 1487, e da Raffaello, che vi abitò negli ultimi anni di vita, morendovi nel 1520. Questo è il motivo per cui l'edificio era chiamato anche Casa di Raffaello, anche se dal Seicento s'impose il termine dei Convertendi, dall'ospizio qui istituito dal cardinale Girolamo Gastaldi e che era destinato ad accogliere gli eretici che avessero desiderato rientrare nella Chiesa Cattolica e quindi convertirsi. Proprietà della Santa Sede, oggi ospita la Sacra Congregazione per le Chiese Orientali. Il palazzo è composto di tre piani con le finestre del piano nobile ad arco circondato da bugne di due diverse dimensioni. Il portale bugnato ad arco è affiancato da due porte più basse ed è sovrastato da un balcone con finestra arcuata, ai lati della quale vi sono due colonne e due paraste con capitelli dorici e timpano triangolare. Al civico 44 si trova palazzo Rusticucci (nella foto 8), ricostruzione dell'originario palazzo eretto nella omonima piazza Rusticucci, scomparsa insieme al palazzo in occasione della demolizione della Spina di Borgo. L'edificio che ammiriamo oggi fu eretto nel 1950 con elementi riportati dall'antico edificio (nella foto 9), costruito nel 1585 per il cardinale Girolamo Rusticucci su progetto di Fontana e Maderno e che si protendeva invece tra piazza Rusticucci, via del Mascherino e Borgo S.Angelo. Per la costruzione il cardinale acquistò numerosi caseggiati della zona con il fine di abbatterli: si trattava di modeste casupole, tra le quali quella di una certa Moscetti che si rifiutò di cedergliela. E allora il Rusticucci fece costruire il suo palazzo incorporando quella casetta nel complesso architettonico, anche se ne lasciò la proprietà alla vecchietta. E ne mantennero la proprietà gli eredi, finché l'ambiente non fu venduto ad altri che vi insediarono un Caffè nel 1785. Dal cardinale il palazzo passò poi agli Accoramboni e qui nel 1630 Giuseppe Calasanzio insediò il Collegio Nazareno prima di avere la sede attuale. Alla fine dell'Ottocento vi abitò monsignor Michele Mazzarenti che aveva raccolto una famosa galleria di quadri e nel suo appartamento vi abitarono poi le sorelle di Pio X. La visita prosegue con il lato sinistro della via, dove al civico 51 si trova palazzo Cesi (nella foto 10), costruito per il cardinale di S.Calisto, Francesco Armellini, su un preesistente edificio del Quattrocento, del quale il cardinale ne era divenuto proprietario enfiteuticamente. Costui nel 1520 fece decorare l'edificio da Martino da Parma, Giovenale da Narni e Anderlino da Mantova, anche se non ne godette a lungo perché nel 1527, durante il Sacco di Roma, i Lanzichenecchi invasero il suo palazzo portandosi via tutti i suoi oggetti preziosi: il cardinale, rifugiatosi all'interno di Castel S.Angelo, nel quale riuscì ad entrare facendosi tirare su all'interno di una cesta, morì nel medesimo anno di peste o di crepacuore. Gli succedettero nell'enfiteusi le sorelle Girolama e Smeralda, le quali alienarono lo stabile al vescovo di Todi, Federico Cesi, restandone però proprietario il Collegio dei Procuratori. Fu così che il palazzo venne usato da Paolo III Farnese come abitazione saltuaria dei suoi parenti. Suo figlio Pierluigi ne approfittò per appropriarsi di numerose opere antiche, che trasferì nel proprio palazzo di Castro, ma poi il papa provvide a lavori di abbellimento quando lo dette come residenza al nipote Ottavio ed a sua moglie, Madama Margarita. I due giovani sposi risiedettero nel palazzo dal 1538 al 1540, quando si trasferirono dapprima nel palazzo di Camerino e poi in quello di Castro, e fu così che Federico Cesi, nominato cardinale nel 1544, poté finalmente abitarvi. Alla sua morte, il cardinale Pier Donato Cesi e suo fratello Angelo, vescovo di Todi, riuscirono a riscattarlo dal Collegio dei Procuratori e così nel 1569 lo fecero rinnovare completamente da Martino Longhi il Vecchio; Pier Donato, inoltre, conferì maggiore prestigio alla dimora radunandovi un museo ricco di antichità e di oggetti d'arte, nonché una preziosa biblioteca. In seguito l'edificio appartenne al cardinale Mantica ed ai Moroni; attualmente è proprietà dei padri Salvatoriani, ovvero della Società del Divin Salvatore. Risalgono al 1569 la bugnatura del pianterreno ed il bel portale tra lesene scanalate che reggono un architrave con metope; la facciata è a tre piani, con finestre architravate al secondo. Il cortile, un tempo ad arcate e logge con balaustre, oggi è circondato da quattro pareti con gli archi chiusi, suddivisi da lesene. L'interno, completamente rinnovato, ha mantenuto d'epoca soltanto le decorazioni ed alcuni soffitti a cassettoni; numerosi affreschi alle pareti sono stati eseguiti tra il 1930 ed il 1950. La testa di un leone (nella foto 11), inserita all'angolo dell'edificio con via Pfeiffer, è quanto resta della grande raccolta di antichità che il palazzo vantava e che purtroppo andò perduta nel Seicento. Peraltro anche l'edificio rischiò di essere demolito per l'apertura di via della Conciliazione, sulla quale oggi si affaccia, mentre in passato prospettava su Borgo Vecchio. Al civico 33 si trova il palazzo dei Penitenzieri (nella foto 12), costruito tra il 1480 ed il 1490 da Baccio Pontelli per il cardinale genovese Domenico Della Rovere, padre del futuro papa Giulio II. Il modello doveva essere palazzo Venezia ed infatti la torre d'angolo, anche se più tozza, e le finestre crociate del primo piano ne sono una chiara testimonianza. La facciata fu affrescata dal Pinturicchio, anche se le decorazioni cromatiche non esistono più. Sono rimaste invece quelle interne, sempre opera del Pinturicchio, splendide e raffinate. Quando, nel 1495, vi fu ospitato Carlo V, reduce dalla spedizione di Napoli, era da poco stato affrescato il primo piano. Alla morte di Domenico Della Rovere (1501) il palazzo passò in proprietà al cardinale Francesco Alidosi, che fu ucciso 10 anni dopo dal duca di Urbino Francesco Maria Della Rovere, nipote di Giulio II, perché sospettato di tradimento. L'assassino, o giustiziere, visse proprio in questo palazzo, al quale apportò numerose migliorie; in queste sale visse fastosamente anche il cardinale Luigi d'Aragona, insieme alla famosa figlia Tullia. Poi vi abitò un altro cardinale, Giovanni Salviati, che fece affrescare le sale del secondo e terzo piano da Francesco De Rossi, soprannominato Checchino Salviati in quanto protetto del cardinale. Nel Seicento l'edificio fu destinato ad abitazione dei Gesuiti che fungevano da penitenzieri nella vicina basilica di S.Pietro e per questo motivo il palazzo fu soprannominato dei Penitenzieri. La Penitenzieria Apostolica è un dicastero della Santa Sede (ed il più antico, dopo la soppressione della Dataria nel 1967 e della Cancelleria nel 1973) e costituisce il supremo tribunale della Chiesa Cattolica per il foro interno. Il palazzo subì numerosi restauri durante i secoli fino a quello importante del 1940-50, legato proprio all'apertura di via della Conciliazione, quando non solo si provvide al restauro, ma si rinvennero, possiamo dire stavolta grazie al piccone demolitore, numerosi tesori nascosti dagli intonaci: oltre a vasti fregi, tornarono alla luce figure e decorazioni parietali e perfino iscrizioni murali scribacchiate dai Lanzichenecchi durante il Sacco di Roma (1527). L'edificio si compone di tre piani, dei quali il primo presenta grandiose finestre crociate recanti inciso il nome "Do.Ruvere Card.S.Clem"; il secondo ed il terzo piano presentano invece finestre rettangolari col motto "Soli Deo". Su una finestra crociata si può ammirare anche lo stemma dei Della Rovere; bello anche il portale seicentesco ed il cortile, circondato da colonne ottagonali e con loggiato. Attualmente il palazzo è sede dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, che ne ha destinato una parte all'Hotel Columbus. L'origine di questo ordine cavalleresco risalirebbe, secondo la tradizione, alla primitiva confraternita del Santo Sepolcro di Gerusalemme del 460, costituita dai rabdophores, ovvero i mazzieri, detti anche Flagellanti. Ma appare più certa la sua istituzione nel 1099 in occasione della prima crociata da parte di Goffredo di Buglione. Nei secoli l'ordine si ampliò ed arricchì di privilegi ad opera di diversi pontefici, assumendo in epoca moderna un carattere più apostolico e caritatevole rispetto all'origine militare mirata alla difesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme. In questo senso venne riorganizzato dai pontefici Pio IX e Leone XIII, anche se fu Pio XI che ne evidenziò il carattere missionario. Pio XII assegnò all'ordine un cardinale come patrono e poi come Gran Maestro e, pur restando la sede storica quella di Gerusalemme, fu a Roma che si spostò la sede centrale: il Gran Priorato è nel convento di S.Onofrio, le luogotenenze sono nel palazzo di S.Apollinare e gli uffici nel palazzo dei Penitenzieri. Sulla facciata dell'edificio spiccano due graziose fontanelle a forma di edicola realizzate sotto il pontificato di Paolo V Borghese e composte proprio con gli elementi dello stemma nobiliare dei Borghese, l'aquila ed il drago. La prima fontana (nella foto 13), quella di destra, verso la basilica di S.Pietro, è costituita da due sottili colonnine con capitelli, che poggiano su basamenti articolati a più livelli e che sostengono un timpano senza cornice, al centro del quale svetta l'aquila borghesiana con le ali spiegate. Sotto, al centro della nicchia, campeggia invece il drago, anch'esso ad ali spiegate, dalla bocca del quale fuoriesce l'acqua che si raccoglie nella sottostante vasca semicircolare in marmo, da cui poi ricade a terra all'interno di uno spazio delimitato da un riquadro in travertino. L'altra fontanina (nella foto 14), quella di sinistra, verso Castel S.Angelo, è assai simile alla precedente, ma si differenzia per la mancanza dell'aquila, sostituita dalle lettere S.P.A. (Sacro Palazzo Apostolico) e per la vaschetta a forma di conchiglia leggermente più grande.

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